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Venerdì 09 Dicembre 2016

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L'ALLARME TERRORISMO

Di Martino: "Cremona e Crema? Il pericolo c'è anche qui"

Il procuratore della Repubblica che nel 2006 fece condannare la cellula cremonese degli ex imam Ahmed El Bouhali e Mourad Trabelsi, fa il punto sulla situazione in Europa, in Italia e nel nostro territorio

Di Martino: "Cremona e Crema? Il pericolo c'è anche qui"

Il procuratore Roberto Di Martino

CREMONA - Si è occupato di terrorismo internazionale di matrice islamica. Roberto di Martino da sette anni è il procuratore della Repubblica di Cremona. Nel luglio del 2006, quando era procuratore aggiunto della Dda di Brescia, a Cremona fece condannare la cellula cremonese capeggiata dagli ex imam Ahmed El Bouhali (secondo ufficiose fonti di intelligence morto in Afghanistan sotto i bombardamenti Usa) e Mourad Trabelsi, una cellula collegata a quella di Milano. Fu la prima sentenza, in Italia, per terrorismo islamico, confermata in appello e in Cassazione.

Signor procuratore, l’Europa sta vivendo il suo 11 settembre. Che cosa sta accadendo? «Indubbiamente la situazione è molto calda. Ci troviamo in una situazione un po’ simile a quella che si è verificata l’11 settembre. Il problema deve essere analizzato senza superficialità, in quanto i morti certamente sono uguali, il danno è lo stesso, poi, però, io sarei abbastanza cauto, perché molte di queste strategie, diversamente da quella dell’11 settembre che era ampiamente organizzata, sono anche iniziative di gruppi che si autoproclamano come ingaggiati dall’Isis, ma può anche accadere che siano fatti spontanei che l’Isis poi sottoscrive, sponsorizzandoli».

Marco Minniti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri ed eminenza grigia dell’intelligence, parla di ‘terrorismo molecolare’, difficile da monitorare. «La preoccupazione principale di chi si occupa di queste cose dovrebbe essere, secondo me, quella di verificare se vi sia veramente un legame tra coloro che risultano essere responsabili dell’Isis e questi ‘gruppusculi’».

Gli indottrinatori pescano gli aspiranti jihadisti nel disagio sociale, tra coloro che hanno problemi di dipendenza dalla droga, guai con la giustizia o ristrettezze economiche. «E’ chiaro che con la crisi che c’è, con le persone che muoiono di fame, le periferie, i ghetti e quant’altro, c’è una situazione che, ancor più di un tempo, favorisce il malcontento e quindi la conversione verso forme di questo genere. E quindi è molto importante un esame scientifico di questi fenomeni per vedere come effettivamente debbano essere inquadrati».

C’è sempre il pericolo di iniziative spontanee. «Esatto. Io mi ricordo benissimo quando ci furono gli attentati a Londra nel luglio del 2005. Le tecniche esplosivistiche usate erano molto rudimentali, gli ordigni erano molto rudimentali. Chiunque si mette a sparare all’impazzata con un kalashnikov fa una strage».

Quali misure si devono prendere per contrastare il terrorismo? «Bisogna tener conto che questi che hanno operato in Francia erano in buona parte francesi e non è una cosa indifferente. Andare a bombardare non è la cosa più intelligente, perché non si può pensare che si ottengano dei risultati con iniziative di questo genere. E’ sempre stato così. Si fornisce materia per nuovi attentati. Per fortuna le cose sono sempre state ragionate con prudenza, i nostri servizi segreti sono i migliori, l’ho sempre pensato».

Quindi l’Italia corre un pericolo minore rispetto alla Francia? «Penso di sì. Certo, c’è sempre un livello alto di pericolo, perché poi basta un niente».

Basta che uno si faccia saltare per aria, un kamikaze. «Questo genere di iniziative è quasi impossibile arginarlo, perché quando uno mette in conto di dover morire nell’azione, non ci sono strumenti».

Quali sono le strategie anti-terrorismo? «Il colloquio, la diplomazia, non le bombe. La cosa migliore è un atteggiamento piuttosto prudente nei confronti di queste situazioni, anche perché andare a bombardare dove l’Isis addestra lascia perplessi. Allora potevano essere bombardati prima, se si sapeva che si stavano preparando. Inoltre, colpire persone che non c’entrano niente, colpire all’impazzata non è molto intelligente, perché non può che generare altre reazioni».

Qual è la situazione a Cremona? «Cremona è un posto molto delicato e sicuramente di quel gruppo famoso certamente rimangono non solo i familiari, ma anche altre persone che non sono state affatto raggiunte e che facevano parte dell’entourage. Il rischio rimane non solo a Cremona, ma anche a Crema, dove all’epoca c’era stata una situazione abbastanza allarmante. Ci sono situazioni estreme, in cui chi anche per tanti anni è rimasto silente, magari sale sulle ali di nuovi entusiasmi. Il pericolo c’è anche qui. Molti dicono che sia casuale l’oscuramento del sito della Fiera di Cremona con la bandiera dell’Isis. Chi lo sa se poi era così casuale, proprio a Cremona».

Quante sono le persone alla vostra attenzione? «Non dico i numeri. Ci sono persone di interesse anche a Cremona. In questo genere di cose, spesso si riesce a far convergere attenzione su una persona, mettendo assieme una pluralità di fatti anche lontani nel tempo. E anche a Cremona ci sono alcune persone che, mettendo assieme alcuni episodi anche nell’arco di dieci anni, dimostrano di essere di interesse».

All’epoca ci furono molti collegamenti con il Belgio. «Abbiamo avuto parecchi imputati in comune. Noi avevamo avuto un imputato arrestato in Belgio. Mi avevano raccontato che c’erano 300 poliziotti nei pressi dell’abitazione di questi signori. I belgi non scherzano su queste cose. Mi ricordo che all’epoca si riusciva a programmare azioni in comune che avevano portato risultati. E anche con gli spagnoli si cercava di ottenere qualcosa».

E con i francesi? «I francesi li ho visti poco. Non mi ricordo di una loro grande partecipazione. Ognuno vuole tenersi le cose sue».

Non c’è alcuna collaborazione? «La collaborazione c’è sempre fino ad un certo punto. Tutti i momenti di collaborazione possono essere utili per situazioni di questo genere».

Quello che conta è conoscere le liste con i nomi dei terroristi. «Sì, però ci sono delle difficoltà. Si chiamano tutti Mohamed, Abu. Insomma, sono nomi che non dicono niente, lasciano il tempo che trovano».

(intervista di Francesca Morandi)

23 Novembre 2015

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