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Domenica 04 Dicembre 2016

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MINACCIA TERRORISMO

"L'intelligence cremonese da sempre in prima linea"

Il dirigente Sorrentino: "Con l'Operazione Atlante avevamo visto lontano e scoperto parecchie cose prima degli altri. E il Belgio era già osservato speciale"

"L'intelligence cremonese da sempre in prima linea"

Il dirigente di polizia Ciriaco Sorrentino

CREMONA - La bomba alla metropolitana di Parigi del dicembre 1996 (stazione Rer di Port-Royal: quattro morti e novanta feriti, l’ultimo attacco avvenuto nella capitale francese prima di quello dello scorso gennaio a Charlie Hebdo. I Mondiali di calcio di Francia del 1998. Il grande Giubileo del 2000. Poco meno di vent'anni dopo, quest'altra successione: le due ondate di attacchi a Parigi del 2015; gli Europei di calcio di Francia del 2016; il Giubileo straordinario del 2016. Altre cose che tornano dal passato, come in un tempo curvo: Bruxelles, allora come oggi, base operativa degli attacchi. Le ‘navette’ dei terroristi tra il Benelux e Parigi, attraverso confini porosi dove, appena lo scorso agosto, sul treno Amsterdam-Parigi, due soldati in licenza e un civile americani hanno bloccato un marocchino armato di Kalashnikov, con addosso sei caricatori, legato a una cellula jihadista smantellata a Verviers (Belgio). Gli attacchi che scattano di venerdì, il giorno della preghiera, dopo il tramonto. Sono déjà vu che fanno riflettere poliziotti ed ex poliziotti cremonesi. E il motivo è presto detto: nella prima di quelle due sequenze analoghe — attacchi, eventi a Parigi, eventi a Roma — Cremona ha avuto un ruolo nella risposta data allora all'offensiva del terrorismo islamico. Un lavoro sottotraccia, difficile, sfociato in alcuni dei procedimenti giudiziari di maggior rilievo svolti in Italia (uno proprio a Cremona, in corte d'Assise). Nel febbraio del 1998, a quattro mesi mesi dai Mondiali di calcio di Francia, le polizie di tutta Europa, a cominciare da quella francese, guardano agli investigatori della questura di Cremona e alla loro ‘Operazione Atlante’. Dopo mesi di indagini, l'ispettore Carmine Scotti, gli altri uomini della Digos, i loro colleghi della squadra mobile e dell'anticrimine, tutti guidati da Ciriaco Sorrentino — il dirigente salernitano arrivato a Cremona nel 1978, in piena emergenza per il terrorismo di casa nostra — fanno scattare il blitz che porta in cella Ahmed el-Bouhali, 36 anni, Abdelkader Laagoub, 31 anni e Mourad Trabelsi, 30 anni, tutti marocchini. Per i poliziotti cremonesi i covi scoperti sono collegati con le centrali di una organizzazione internazionale pronta ad appoggiare attacchi terroristici. Nel materiale sequestrato spuntano manuali per costruire bombe e pianificare attentati. A Cremona arriva un ufficiale della polizia francese, un capitano, che lavora a stretto contatto con i poliziotti di via Tribunali. Nel biennio 1995-1996 la Francia ha subito una sequela di attacchi da parte del Gruppo islamico armato (Gia), nato in Algeria dopo il rifiuto del governo di quel paese di riconoscere l'affermazione dei partiti islamici (molto sostenuti dagli studenti) alle elezioni del 1991. L’attacco standard del Gia avviene tramite bombole riempite di chiodi, fatte esplodere nelle stazioni e nei luoghi più frequentati. Trascorre un mese e l'azione si sposta a Bruxelles, dove convergono anche alcuni agenti cremonesi. Otto terroristi del Gia vengono arrestati dopo un violento scontro a fuoco e un assedio durato 14 ore. A cose fatte, l'allora ministro dell'Interno belga, Johan Vande Lanotte, riconduce il blitz alle informazioni trasmesse poche settimane prima dai servizi italiani e da quelli britannici. Tra gli arrestati, il pezzo da novanta è Farik Melouk, allora 32enne, cittadino francese, considerato uno dei leader dell'offensiva terroristica del Gia in Francia. Per questi addebiti Melouk era stato condannato dalla magistratura francese, in contumacia, a sette anni di reclusione. Quel ciclo si chiude. Ma la faccia violenta dell'integralismo islamico non va in soffitta. Lo dimostrano, in Europa, i fatti di Madrid, Londra, Tolosa, Bruxelles. A Cremona, tra gli investigatori allora in prima linea, in queste ore il pensiero va alla possibile impronta, negli ultimi attacchi, delle cellule ‘dormienti’, dei capi dei quali si sono perse le tracce. Forse qualcuno di loro ha avuto un ruolo nel ripercorre un tragitto già seguito, con un potenziale offensivo ora moltiplicato dai nuovi media, dalla nascita di uno stato islamico, dalle condizioni create dopo la maldestra risposta occidentale alle primavere islamiche. Quelle due successioni così simili potrebbero non essere un caso. Del resto, tutte le forme di terrorismo fanno leva sull'assunto che gli scenari cambiano, le funzioni restano. Alcuni dei giovani ufficiali della guerra Iran-Iraq (1980-1988) oggi sono generali nelle file dello stato islamico. Le parole di Sorrentino dicono tutto: «Avevamo visto lontano e scoperto parecchie cose prima degli altri. E pensare che abbiamo faticato, con il procuratore Francesco Nuzzo, a trovare i capi d'imputazione corretti, perché al tempo non c'era una legislazione ad hoc per la lotta al terrorismo internazionale. Abbiamo trovato un fiume di informazioni molto rilevanti a livello di intelligence, utilizzate soprattutto dai colleghi francesi e belgi. Era tutto embrionale, ma importante. Alcuni ci hanno preso sottogamba. Hanno pensato di avere a che fare con dei provinciali. La stessa cosa capitata con la 'ndrangheta: siamo stati i primi a dire che si insinuava nella Pianura Padana ma in pochi ci hanno creduto. Poi si è visto come sono andate le cose».

20 Novembre 2015

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