il network

Sabato 10 Dicembre 2016

Altre notizie da questa sezione

Blog


TESTIMONIANZA DAL KURDISTAN

A pochi passi dal cecchino

Gastone Breccia, docente presso la facoltà di Musicologia, in una casa di Sinjar, fronteggiando i combattenti dell'Isis

A pochi passi dal cecchino

Gastone Breccia nel Kurdistan iracheno

CREMONA - Gastone Breccia, docente di storia bizantina presso la facoltà di Musicologia e fra i massimi esperti di storia e strategia militari, è stato recentemente in Kurdistan per conoscere da vicino la realtà dei gruppi che si oppongono all’Isis. Sinjar, solo da pochi giorni, è tornata sotto il controllo curdo. Breccia è stato a Sinar nel settembre scorso.

di Gastone Breccia.

Sinjar, 11 settembre. Quattordici anni esatti dall’inizio di quella che verrà probabilmente ricordata nei libri di storia come la «lunga guerra» del terzo millennio — Afghanistan, Iraq, oggi ancora Iraq e Siria, e non è certo finita. In questi giorni è il settore più caldo dell’intero fronte; non dovrei essere qui, avevo ormai finito i soldi per pagare altri spostamenti, ma i ragazzi del Media Center del Rojava mi hanno trovato un posto nel minivan affittato da una troupe della tv di stato russa. Ho ancora davanti agli occhi le rovine di Kobane — l’ormai famosa ‘Stalingrado dei curdi’, dove i guerriglieri di YPG e YPJ hanno imposto all’inizio dell’anno una durissima battuta d’arresto all’ISIS — ma Sinjar fa quasi altrettanta impressione. La cittadina, ai piedi dell’omonima, aspra catena di monti che si innalza bruscamente fino ad oltre mille metri in mezzo alla pianura, è deserta e semidistrutta dai combattimenti. Le prime linee la attraversano: nelle case sventrate, sui tetti piatti trasformati in postazioni difensive, i miliziani dell’HPG e dell’ISIS si sorvegliano a vicenda a brevissima distanza, in un silenzio irreale, rotto soltanto a tratti da uno sparo o una raffica isolata. Alla casermetta che fa da quartier generale dell’HPG ci assegnano come scorta un tiratore scelto; con lui e un altro paio di ragazzi armati raggiungiamo il punto più critico del settore difensivo, nella parte alta dell’abitato, dove il fronte tenuto dai ‘nostri’ forma un saliente che domina la pianura. Per raggiungerlo bisogna attraversare una valletta esposta al fuoco nemico: la nostra guida ci spiega a gesti che è meglio correre. Hanno creato una specie di schermo stendendo coperte colorate su un filo per asciugare i panni: sono un po’ sforacchiate, e quindi non proprio rassicuranti, ma bisogna accontentarsi — e passiamo. In cima alla salita c’è una barricata che collega due case diroccate. In quella di destra il nostro cecchino si mette in posizione di tiro, completamente disteso, e aspetta una preda. Il cameraman russo, Dimitri, si avvicina a filmarlo. Nessuno parla. Passano i minuti; non si sprecano munizioni, si spara solo a colpo sicuro, e il nemico evidentemente sta al coperto. Io mi muovo, vado a esplorare la casa sul lato opposto della barricata: era un palazzetto ben costruito, con un cortile elegante. Sento bisbigliare da una delle stanze che si affacciano sulla pianura e mi ritiro quasi in punta di piedi. Il fragore di uno sparo spezza la tensione — il cecchino ha fatto fuoco e ora lascia il suo appostamento, sorridente, scambiando qualche frase con l’interprete dei russi. Mi chiedo se abbia appena ucciso qualcuno. Se lo ha fatto, non deve pesargli molto: è lo stesso ragazzo affabile che ci ha offerto il tè nella casermetta non più di un’ora fa. Strana cosa la guerra, e gli uomini in guerra. È ora di andare. Riattraversiamo la nostra modesta Sniper Alley — ‘la via dei cecchini’, come io e i russi abbiamo inevitabilmente ribattezzato la valletta — e raggiungiamo il minivan parcheggiato al sicuro. Saluti e strette di mano; poi la strada che si arrampica verso la sommità della cresta. Dopo pochi minuti ci raggiunge il boato di un’esplosione, e vediamo una colonna di fumo e polvere alzarsi dal piccolo spiazzo vicino alla casermetta dell’HPG: il nemico sta tirando con un mortaio. Dimitri scende con la telecamera; non deve aspettare molto per riprendere gli effetti di una seconda bomba che esplode quasi nello stesso punto. Forse ci avevano visto; se è così, loro sono stati troppo lenti a trasmettere l’informazione, e noi siamo stati fortunati. Risaliamo a bordo; la mia avventura in Kurdistan è ormai alla fine. Su questa strada cosparsa di rottami, sul margine estremo di questa strana guerra, comincia il mio viaggio di ritorno a casa.

17 Novembre 2015

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su La Provincia

Caratteri rimanenti: 1000