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Martedì 06 Dicembre 2016

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CREMONA

Mamma muore dopo il parto, ginecologi a processo

La donna è deceduta una settimana dopo aver messo alla luce un bambino nato morto, i tre professionisti sono accusati di omicidio colposo 'in cooperazione tra loro'

Mamma muore dopo il parto, ginecologi a processo

CREMONA - Il nome lo avevano già scelto durante la gravidanza: Cristian. Papà Rusi, liutaio con bottega a Cremona, e mamma Daniela non aspettavano altro che nascesse. Purtroppo Cristian è nato morto, il 30 dicembre del 2013. Era affetto da una malattia, alla quale non sarebbe comunque sopravvissuto. Il 6 gennaio successivo è morta anche la madre Daniela, lei uccisa da una «sepsi batterica sfociata in shock settico irreversibile». Per la procura, la madre poteva essere salvata se i medici non avessero scambiato i ‘primi segnali’ per una depressione post partum. Giovedì 12 novembre il gup, Christian Colombo, ha rinviato a giudizio Aldo Riccardi, primario di Ginecologia all’ospedale Maggiore, e i ginecologi Tazio Sacconi e Alberto Rigolli. L’accusa è di omicidio colposo «in cooperazione tra loro». L’11 febbraio prossimo il processo.


Papà Rusi e mamma Daniela erano già genitori di due figli, una femmina e un maschio, tutti e due fatti nascere all’ospedale di Gavardo (Brescia). Qui, la mattina del 30 dicembre di due anni fa, marito e moglie si presentano per la visita e per il parto, entrambi programmati. Durante la visita, Daniela riceve una notizia terribile: il cuore di Cristian non batteva più, il feto era morto. Le viene consigliato di recarsi immediatamente all’ospedale di Brescia per il parto. Il marito la carica in auto e imbocca l’autostrada. «Erano disperati, la moglie piangeva e il mio assistito, preso dal panico, anziché uscire a Brescia ha tirato dritto per Cremona», spiega l’avvocato Michela Soldi, legale di Rusi Slavov, che si è costituito parte civile.


Sono le due del pomeriggio del 30 dicembre quando marito e moglie entrano al Pronto soccorso dell’ospedale Maggiore. La donna viene subito trasferita al settimo piano, nel reparto di Ginecologia. Qui viene fatta partorire. «Al di là dello choc, la signora ha subito detto al marito che ‘non stava in piedi’, che aveva forti dolori muscolari», dice l’avvocato Soldi. Che cosa accade nei giorni successivi, è raccontato nel carteggio clinico acquisito durante l’indagine che il pm Fabio Saponara ha delegato alla squadra mobile di Cremona. Per l’accusa, nei giorni successivi al parto, i camici bianchi pensano ad una depressione post-partum della mamma. Daniela viene infatti sottoposta ad una consulenza neurologica, psicologica e psichiatrica. «Ma tutte le consulenze concludono nello stesso modo e cioè che la mamma era in fase di rielaborazione del lutto, intanto i valori della Pcr si alteravano sempre di più», ha evidenziato l’avvocato Soldi. Insomma, per l’accusa, c’era una sepsi in atto. Secondo il pm Saponara, c’erano «chiari segni clinici e laboristici che consentivano l’anticipazione diagnostica, già almeno 48 ore prima del decesso, della condizione di sepsi in atto allorché lo stato di sepsi non era ancora aggravato dalla compromissione dell’organo (sepsi grave) allorquando un trattamento conforme alle linee guide avrebbe potuto controllare la malattia e impedire la morte della paziente». Lo scrive il pm Saponara nelle due pagine di capo di imputazione, nel quale contesta al primario e ai due ginecologi, «in veste di medici di guardia» che il 3 e il 4 gennaio hanno avuto in cura presso il reparto la donna, una serie di negligenze. Come «la negligenza di aver omesso, avendone l’obbligo e la responsabilità e «comunque di aver lasciato la paziente in una condizione di oggettivo difetto di assistenza».


Per l’accusa, il 3 gennaio «non viene dato rilievo allo stato di astenia e dolori diffusi, cui i sanitari non sanno dare una spiegazione e che fa parte del corredo sintomatologico della sepsi». Inoltre, «non viene tenuto conto che una visita psicologica precedente e la visita psichiatrica eseguita il 3 gennaio concordano nel non rilevare significativi disturbi psichici come possibile causa del quadro clinico di prostrazione della paziente». Per l’accusa quel giorno «viene inspiegabilmente omessa la necessaria ripetizione degli esami di emocromo e PCR, già significativamente alti il giorno precedente; il sospetto di sepsi, già formatosi nella giornata precedente, non riceve la dovuta attenzione che le condizioni della paziente richiedevano». Nella ricostruzione dell’accusa, il 4 gennaio «vengono ripetuti esclusivamente emocromo e PCR, mentre nessun esame viene associato per verificare una eventuale compromissione d’organo in atto» e i risultati degli esami non trovano nessuna valutazione clinica malgrado la loro persistente risalita e la loro rilevanza diagnostica». Il 5 gennaio Daniela viene trasferita in Rianimazione. E’ ancora cosciente. Passa la notte, si aggrava. A mezzogiorno del 6 gennaio il marito si reca in Terapia Intensiva: la sentenza dei medici è terribile. Daniela non sopravviverà. Tre ore dopo, alle 14.57, morirà.

12 Novembre 2015

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