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Lunedì 05 Dicembre 2016

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CREMONA

Lotta ai tumori al fegato
terapia con 'radici' cremonesi

Antonio Bertoletti, 54 anni, è a capo del laboratorio per lo studio dell’Epatite B alla National University di Singapore

Lotta ai tumori al fegatoUna terapia con 'radici' cremonesi

CREMONA - Dal liceo scientifico Aselli a Singapore. Qui dal 2006 guida il laboratorio per lo studio dell’epatite B, alla National University of Singapore. Qui si sta cercando di ricreare, con tecniche di ingegneria genetica, una risposta immunitaria in quei pazienti che non l’hanno più, perché cronici o perché hanno già sviluppato un tumore al fegato. C’è un ricercatore scienziato cremonese dietro al progetto rivoluzionario: Antonio Bertoletti, 54 anni, sposato e padre di due figli. Per lavoro, ha girato tutti i Continenti. «Mi mancano l’Australia e l’Antartide». San Diego (Usa), Africa nel Gambia per Medical Research Council inglese, Londra. E Singapore dove «può anche capitare che tuo figlio ti chiami perché una scimmia gli ha rubato la merenda o che un cobra faccia il nodo in giardino».
E’ all’università di Parma, dove si è laureato in Medicina, che Bertoletti ha iniziato ad interessarsi del virus dell’epatite B (Hepatitis B Virus).
Perché?
«Perché è un virus straordinario per le sue caratteristiche biologiche. Questo virus ci ha probabilmente accompagnato nella nostra evoluzione. HBV sono stati trovati in alcuni dinosauri e in mummie di 5mila-6mila anni. E’ stato con noi dalla nascita della nostra specie e quindi si è adattato perfettamente a noi e noi probabilmente a lui».
Per questo è difficile che il virus provochi una malattia fulminante?
«Succede, ma in meno dell’uno per cento degli infettati, mentre per lo più infetta il fegato e rimane lì senza grandi problemi. Purtroppo, nel 10 per cento di casi può dare epatite cronica che si può sviluppare in cirrosi epatica e in eptocarcinoma-tumore al fegato spesso solo in età adulta. Il problema medico è questo: circa il 10 per cento delle persone è portatrice di HBV che può sviluppare malattia ed è questo che noi studiamo».
Quanti infettati nel mondo?
«Circa 300 milioni (sicuramente più dell’Hiv), di cui i due terzi vivono in Asia e nell’Africa subsahariana».
Come fate a ricreare una risposta immunitaria nelle persone già infettate?
«Faccio una piccola digressione sulla fisiologia dei linfociti: queste cellule sono la parte più specializzata del nostro sistema immune, nel senso che queste cellule si diversificano e diventano popolazioni diverse in grado di riconoscere esclusivamente alcuni virus o patogeni. Noi non abbiamo linfociti che riconoscono solo cellule infettate da influenza o da morbillo. Abbiamo linfociti T specifici anche per HBV che hanno un recettore che si chiama T cell receptor, il quale riconosce solo alcuni segmenti della proteina del patogeno sulla superficie delle cellule».
Una specie di codice a barre
«O una chiave e la sua serratura. Il recettore capisce se all’interno della cellula c’è un determinato virus. Se il recettore riconosce il virus dell’epatite B sulla superficie della cellula infetta, questo attiva specifici linfociti che possono uccidere la cellula e quindi il virus all’interno, e secernere fattori naturali chiamati citochine che bloccano la replicazione virale».
Torno alla domanda: come fate a ricreare le cellule immunitarie nei pazienti cronici?
«Visto che noi troviamo i linfociti solo nei soggetti che hanno eliminato il virus, ma non nei cronici, il mio laboratorio cerca di ricostruire questi HBV-specifc linfociti con tecniche di ‘geneetic engineering’».
In che cosa consiste?
«Prendiamo l’informazione biologica (Dna) che codifica per HBV- Tcell receptor dai linfociti dei guariti e introduciamo questo Dna nei linfociti dei pazienti con infezione cronica. L’idea è di iniziare ad usare questi recettori nei pazienti che hanno sviluppato tumore del fegato da HBV. In questo caso, le cellule tumorali hanno HBV e noi distruggiamo solo queste cellule».
Pazienti già trattati?
«Un caso con una collaborazione tra noi, il Royal Free Hospital di Londra e l’Università di Pisa che me lo aveva segnalato».
Sembra fantascienza.
«In realtà è solo uno specifico scambio di informazioni, certo fatto con metodi che non sono alla portata di tutti. Noi non cerchiamo di fare nessuna cellula ‘Frankestein’, ma di ricreare nei soggetti che non hanno più determinati linfociti, una risposta che può essere utile a contenere il virus e che non è altro che la risposta naturale presente nei pazienti con la capacità di combattere l’infezione. Ci tengo a questo concetto».
Perché?
«Perché ci sono tante stupide polemiche sull’ingegneria genetica, ma noi non facciamo altro che ripetere quello che, per esempio, i nostri agricoltori facevano, selezionando le sementi che davano più raccolto o le vacche che facevano più latte. Certo, lo facciamo più velocemente e dobbiamo esserne consci, ma non creiamo mostri».
Perché Singapore?
«E’ una opportunità. Il paese e l’Asia sono in grande crescita, gli investimenti nella scienza sono molto alti. In più, io lavoro su una patologia di grande importanza in Asia. Circa l’8 per cento della popolazione cinese è positiva per HBV. Il virus presente in Asia è leggermente diverso da quello presente in Europa e America».
Quindi a Singapore l’impulso alla ricerca è fortissimo e si promuovono investimenti nelle biotecnologie.
«Sì. Circa un anno fa, la ricerca fatta in università ha portato alla creazione di una spin-off bio tech company ,chiamata Lion TCR, che si propone di sviluppare in clinica la TCR-therapy per il trattamento di malattie croniche virali e tumori. Io sono il co-fondatore, mentre il collega Li Lietao è l’ad con esperienza industriale nel settore della biotecnologia. E’ stato relativamente facile trovare finanziamenti, spazi e personale per iniziare questa avventura».
Bella soddisfazione
«E’ stato di grande soddisfazione vedere che il frutto di una ricerca inizialmente solo accademica ha già avuto ricadute pratiche e spero potrà avere ricadute sul trattamento di patologie difficilmente curabili come il tumore di fegato da HBV».
Le manca l’Italia?
«Certo. Qui non ci sono le stagioni e alla fine, gli amici sono a casa, ma il mondo è cambiato. In dodici ore di volo sono in Italia».
Ci torna spesso?
«Almeno tre volte all’anno e poi con Internet io la mattina mi leggo i giornali italiani».

01 Novembre 2015

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