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Lunedì 05 Dicembre 2016

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CREMONA

'Racket dei permessi di soggiorno': in tredici a processo

Tra gli imputati c'è anche un avvocato

'Racket dei permessi di soggiorno': in tredici a processo

Il tribunale di Cremona

CREMONA - Hanno sborsato dai 2mila ai 7mila euro per mettersi in regola. In cambio dei soldi, la promessa di essere assunti con la sanatoria colf-badanti del settembre 2009 e di ottenere il permesso di soggiorno. Una truffa, una delle migliaia di frodi che si sono consumate in Italia nelle frenetiche settimana a cavallo del settembre 2009 ai danni di immigrati. Con un giro d’affari clandestino di almeno 53 milioni di euro finiti nelle tasche di datori di lavoro senza scrupoli e faccendieri. E’ successo anche a Cremona.

Giovedì 8 ottobre, il gup Pierpaolo Beluzzi, su richiesta del pm Laura Patelli, ha rinviato a giudizio tredici imputati, tra i quali un avvocato padovano con studio a Milano, difeso dai colleghi Marco Borio di Torno e Umberto Ambrosoli, già candidato sindaco di Milano; altri imputati sono assistiti dagli avvocati Paolo Brambilla e Paolo Carletti.

L’accusa è di associazione per delinquere finalizzata a commettere più delitti di favoreggiamento della permanenza illegale di egiziani clandestini, falsità ideologiche commesse dal privato in atto pubblico, false dichiarazioni e attestazioni relative a rapporti fittizi di lavoro subordinato, contraffazione e uso di impronte false. Il processo è fissato per il 15 dicembre.

L’accusa parla di una «attività associativa complessa, posta in essere in modo stabile, coordinato ed organizzato, attraverso una pianificata predisposizione di mezzi e di persone, con strutture adibite ad uffici». Uffici dove, per l’accusa, venivano indette delle riunioni per convincere e minacciare gli extracomunitari a versare le somme di denaro». L’accusa parla di una «efficiente ripartizione di ruoli». Così, a capo dell’organizzazione vi sarebbe stata una donna residente a Crema. Lei avrebbe promosso la ricerca «sistematica ed organizzata» di clandestini, quasi tutti egiziani, disposti a sborsare denaro in cambio dell’attivazione della procedura di emersione. Lei avrebbe contattato gli immigrati, prospettando i termini dell’accordo e il costo dell’operazione. Lei avrebbe percepito il denaro quale compenso dell’attività illecita, attivato la procedura on-line, individuato i falsi datori di lavoro, predisposto la documentazione ideologicamente e materialmente falsa a supporto della domanda, escogitato e istigato i clandestini ad adottare espedienti per prolungare la loro permanenza in Italia.

Come? Attraverso false denunce di irreperibilità del datore di lavoro o l’instaurazione di cause di lavoro. Per l’accusa, lei era il «referente apicale per ogni difficoltà operativa da risolvere». Per fare tutto questo, la donna sarebbe stata aiutata dai coimputati con il ruolo di cercare e procacciare i clandestini, alcuni prestandosi a fingersi datori di lavoro. Tutti avrebbero partecipato alle riunioni. Tutti, compreso l’avvocato, il cui ruolo nell’organizzazione sarebbe stato quello di incontrare e accompagnare in questura gli extracomunitari e di escogitare espedienti apparentemente legali per favorire la loro ulteriore permanenza in Italia.

© RIPRODUZIONE RISERVATA DI TESTI E FOTO

08 Ottobre 2015

Commenti all'articolo

  • They

    2015/10/09 - 06:06

    Assieme ai clandestini, espulsi anche questi "favoreggiatori"

    Rispondi

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