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CREMONA

Addio a Ferruccio Monterosso
italianista e critico letterario

In cattedra dalle medie all'università, fu preside a Piadena

Addio a Ferruccio Monterosso
italianista e critico letterario

Ferruccio Monterosso

CREMONA - «Per me lo studio della letteratura è sempre stato tutto, ed è ancora tutto. Forse ho rinunciato a molto, ma non ho rimpianti. E ciò che più mi importa è che ciò che mi ha guidato è una visione etica dello studio». Così Ferruccio Monterosso, spentosi martedì 21 aprile nella sua casa di via Bissolati, compendiava la sua intensissima vita intellettuale in un’intervista rilasciata a Barbara Caffi su La Provincia. Nato nel 1929, Monterosso era umanista, italianista e filologo rigoroso e curioso, autore di saggi e articoli che attraversano la storia della letteratura e della critica letteraria italiana dalle origini alla contemporaneità. Aveva salito i vari gradini dell’insegnamento, dalle medie (era stato anche preside a Piadena) alle superiori fino alla docenza universitaria nella facoltà di Musicologia. Non disdegnava la solitudine dello studioso, ma la professoressa Renata Patria lo descrive, come si diceva del Petrarca, amicitiarum appetentissimus, desiderosissimo di amicizie fondate sul dialogo colto. Di formazione storicistica, con ascendenze crociane mediate dalla scuola di Luigi Russo (al quale rimase sempre molto legato, come attesta il libro Il mistico Alfonso), vantava fra i maestri anche Francesco Flora, Antonio Banfi, Lanfranco Caretti, Mario Fubini. Il suo carteggio, di cui andava fiero, conferma una sorprendente molteplicità di incontri e contatti, almeno epistolari: da Roberto Longhi a Riccardo Bacchelli, dal cardinale Carlo Maria Martini a Ferruccio Parri. E il suo riposo estivo in Versilia coincideva con la frequentazione di prestigiosi ‘salotti’ letterari. Fra gli autori prediletti annoverava Alessandro Manzoni e, soprattutto, Giacomo Leopardi, al quale aveva dedicato la monografia Dalla parte di Leopardi (1995), ampliata con il volume Leopardi tra noi (1999). Sembrava rispecchiarsi nell’inquieto, radicale pessimismo del Recanatese. Così come, del Novecento, amava un Cesare Pavese. Ma alla qualifica di pessimista talvolta recalcitrava: «Io mi reputo realista e negli ultimi decenni vedo un cambiamento estremamente veloce della forma mentis e della società», ma «nonostante l’opera di veri guastatori della cultura sia in atto, c’è uno spazio per il valore». Non a caso, dice la professoressa Rossella Rossetti, fedele allieva, Monterosso «ha speso tutta la sua vita per la cultura intesa come impegno etico, morale e civile».

22 Aprile 2015

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