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Martedì 06 Dicembre 2016

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CREMONA - CASALMAGGIORE - PIZZIGHETTONE

Io penso alla salute, consulenze e visite per quasi 2.000 donne

Successo dell'open day negli ospedali Maggiore, Oglio Po e Fondazione Opera Pia Luigi Mazza

Io penso alla salute, consulenze e visite per quasi 2.000 donne

Donne all'ospedale Oglio Po di Casalmaggiore

CREMONA - Anche quest’anno l’open day dedicato alle donne ('Io penso alla salute') ha rappresentato un’autentica opportunità di salute: complessivamente sono 1.993 le prestazioni eseguite presso l'ospedale Maggiore di Cremona, l'Oglio Po di Casalmaggiore e la Fondazione Opera Pia Luigi Mazza di Pizzighettone.

"Nei nostri ospedali la salute delle donne è al centro dell’attenzione 365 giorni l’anno. Se è vero che prevenzione e informazione sono le armi per vincere la malattia è altrettanto vero che il 9 marzo rappresenta un’opportunità di salute in più per tutte le donne". Questo era l'obiettivo dell'Open Day organizzato.

 

PROBLEMI DI CUORE? LE DONNE CHIEDONO AIUTO TROPPO TARDI
Il cuore delle donne: quali differenze di sesso o di genere?
E’ ampiamente dimostrato e condiviso che l’infarto miocardico nella donna si presenta in modo più grave rispetto all’uomo per diversi motivi: nelle donne l’infarto si manifesta in età più avanzata, di solito avviene in presenza di numerosi e contemporanei fattori di rischio (obesità, ipertensione arteriosa, diabete, fumo) ed infine viene spesso riconosciuto tardivamente e curato meno aggressivamente.
Rispetto alle diversità di genere nell’anatomia coronarica, il cuore delle donne è mediamente più piccolo e le arterie coronarie sono più sottili quindi si possono ostruire più facilmente e si prestano un po’ meno sia alle procedure di angioplastica coronarica sia a procedure di bypass aortocoronarico.

Di rado si parla di infarto al femminile, qual è in realtà la sua incidenza?
Le campagne di informazione sono sempre state condotte al maschile ed è ancora diffusa l’idea che l’infarto sia un “problema da uomini”. Di fatto in età fertile le donne sono meno colpite da malattie cardiovascolari perché protette dagli estrogeni (abbassano il rischio di infarto fino a 5 volte meno rispetto ai coetanei maschi), gli ormoni femminili prodotti durante il ciclo mestruale, ma con la menopausa cessa la produzione di questi ‘scudi naturali’ e l’aterosclerosi comincia a progredire. Le donne quindi si ammalano in media una decina di anni più tardi, verso i 55 anni le curve di mortalità si avvicinano lentamente fino a toccarsi e confondersi, intorno ai 70 anni e dopo i 75 anni l’incidenza è molto più alta nelle donne.

Le cause più diffuse?
Fra le donne giovani è in aumento l’infarto per il diffondersi dell’abitudine al fumo di sigaretta (fuma il 28 % delle ragazze), obesità (+ 20%) e diabete, questi fattori di rischio sono capaci di rompe scudi e protezioni legate agli ormoni.

All’ultimo congresso nazionale della Società italiana di cardiologia invasiva (Genova ottobre 2014) è emerso che le donne con infarto arrivano tardi al pronto soccorso perché non riconoscono i sintomi o li sottovalutano…
Lo studio Octavia presentato al GISE, condotto da 14 Centri Italiani di Cardiologia Interventistica, su una popolazione di donne e uomini che hanno avuto un infarto, ha confermato che le donne chiedono aiuto più tardi, non pensando di essere a rischio di infarto, sottovalutano i sintomi. Accanto alla donna che minimizza i segnali c’è spesso un medico poco incline a riconoscere l’origine coronarica dei sintomi e a privilegiare l’origine ansiosa del disturbo.

Quali i sintomi che devono allarmare?
Nel 35% dei casi l’infarto nella donna non è preceduto dal dolore al petto irradiato al braccio, sono soprattutto le donne ad avere un infarto silente (una su cinque).
L’assenza di questo campanello d’allarme ritarda la diagnosi e quindi le cure efficaci.
Se non c’è dolore toracico però si manifestano altri sintomi da non sottovalutare: sudorazione, vomito, ansia, mancanza d’aria, nausea senza una causa apparente, dolore al dorso, dolore alla mandibola, sensazione di eccessivo affaticamento, spossatezza tale da non riuscire a compiere le operazioni più semplici, quindi sintomi più subdoli di quelli avvertiti dagli uomini.

Quali gli accorgimenti e le buone abitudini da adottare?
È importante puntare sulla prevenzione che non deve iniziare con la menopausa ma molto prima ed essere estesa a tutta la famiglia, stimolando un’attività fisica adeguata e una alimentazione equilibrata ricordando i benefici della dieta mediterranea come riferimento.
Per prevenire dobbiamo: ascoltare il nostro corpo e i sintomi, cancellare le abitudini pericolose (alcol, fumo, grassi,stress negativo, sale), controllare la pressione arteriosa, fare attività fisica aerobica per 40’ al giorno, controllare peso, glicemia, colesterolo e prendere, insieme al medico, i provvedimenti adeguati con consapevolezza costanza e determinazione, imparare a gestire lo stress e i carichi di lavoro, educare se stessi e i propri familiari alla prevenzione ricordandoci che una malattia cardiovascolare su tre si può evitare.

 

DOPO I 40 VISITA SENOLOGICA E MAMMOGRAFIA
Quali sono i fattori di rischio per il tumore alla mammella?
Il rischio aumenta con l’età e i fattori che lo determinano possono essere di diversa natura: familiarità, stimolazioni ormonali prolungate (terapia sostitutiva, contraccettivi orali) precoce menarca e tardiva menopausa, nessuna gravidanza e non allattamento al seno. Una dieta ricca di grassi e alcol, fumo, obesità. Per questo è importante adottare stili di vita corretti.

Perché è importante la visita senologica?
Perché alcune sedi (solco) come alcuni istotipi di tumori (lobulari) del seno sono poco valutabili alla mammografia; inoltre, secondo i report recenti il 65%-70% delle diagnosi è con autopalpazione mensile e visita senologica.

Quando e con quale frequenza vanno effettuati i controlli?
Quando non ci sono fattori personali di rischio (famigliarità, precedenti patologie al seno, assunzione di terapia ormonale sostitutiva), sono sufficienti una visita annuale e una mammografia ogni due anni. Indicativamente le linee guida suggeriscono di iniziare all’età di 40 anni.

 

OGNI DUE ANNI CONTROLLI GINECOLOGICI E PAP-TEST
Quali sono i fattori di rischio per i tumori dell’apparato genitale femminile?
Il principale fattore di rischio è rappresentato dai rapporti sessuali non protetti, intesi come veicoli di infezioni che possono causare tumori specie se con partner diversi.

Perché è importante la visita ginecologica?
Perché, se eseguita regolarmente, consente di pianificare accertamenti periodici quali pap-test ed ecografia.

Con quale cadenza vanno effettuati i controlli?
Da quando si hanno rapporti sino a 65 anni la visita e il pap-test vanno eseguiti ogni due anni.

 

LA MENOPAUSA NON E’ UNA MALATTIA
Quali i sintomi e i rimedi oggi disponibili?
In questa fase la sintomatologia è varia anche come tempistica di comparsa: si parla di sintomi precoci quali l'irregolarità del ciclo e i disturbi cosidetti "vasomotori" come le vampate e le sudorazioni notturne. Successivamente, nella maggior parte dei casi, compaiono sintomi relativi al deficit ormonale, ad esempio dolore osseo diffuso dovuto all'osteoporosi causata dalla incapacità delle ossa di fissare calcio, cistiti recidivante, vaginiti su base atrofica, difficoltà a concentrarsi, instabilità umorale, diminuzione della libido, aumento della patologia cardiovascolare.

Terapia ormonale sostitutiva quando e come va assunta?
La terapia ormonale sostitutiva (TOS) per essere efficace deve rispondere ad alcuni requisiti: essere pienamente accettata dalla donna, ossia non generare false paure; iniziare il più precocemente possibile; avere una durata congrua (oggigiorno si preferisce non andare oltre i 6 anni di utilizzo). Inoltre la donna deve accettare di sottoporsi ai (normali) follow-up quali pap-test e mammografia.

Quali sono i pro e contro e le “regole di sicurezza”?
La terapia ormonale sostitutiva, oggi disponibile in cerotti o compresse, deve essere "bilanciata", ossia contenere estrogeno e progestinico, proprio per non indurre patologie dell'endometrio (tumore dell'utero). La formulazione del solo estrogeno è consentita solo alle pazienti che per cause diverse hanno già avuto un intervento di isterectomia (asportazione dell'utero). Sono escluse dall'utilizzo della terapia ormonale sostitutiva le pazienti con storia familiare serrata di neoplasia mammaria e le pazienti con gravi patologie epatiche o cardiovascolari in atto.

In che misura alimentazione ed esercizio fisico possono aiutare la donna ad affrontare questo cambiamento?
Certamente la terapia ormonale non esaurisce le armi a supporto di questa fase. Forse più importante risulta essere lo "stile di vita" inteso come abitudine corretta ad alimentarsi e alla attività fisica. In climaterio non deve essere accettato come qualcosa dalle conseguenze inevitabili. Ad esempio l'aumento di peso è in realtà foriero di “guai” in quanto il grasso produce un ormone (estrone) pericoloso. Anche per questo va curata l'alimentazione, non eccedere in apporto calorico, anzi.

 

MENOPAUSA E MALATTIE CEREBROVASCOLARI
L’incidenza dell’ictus è mediamente più alta nella popolazione maschile che in quella femminile. L’ictus è un evento raro nelle donne in età fertile, ma il rischio aumenta in modo marcato dopo la menopausa suggerendo un effetto protettivo mediato dagli estrogeni. Gli estrogeni hanno funzione vasodilatoria, antinfiammatoria e antiossidante sui vasi cerebrali e la riduzione dei loro recettori comporterebbe una ridotta neuroprotezione e pertanto un aumento del rischio di ictus e malattia neurodegenerativa.
E’ stato però osservato, da studi riportati in letteratura, un aumento del rischio di ictus ischemico e patologie cardiovascolari in donne che assumevano terapia sostitutiva ormonale rendendone così controverso l’utilizzo. I dati più recenti suggeriscono che gli effetti degli estrogeni sulla progressione dell’aterosclerosi e delle malattie cardiovascolari varino a seconda dell’età di esordio della menopausa o dall’età di inizio della terapia sostitutiva ormonale.
E’ soprattutto l’età e non il tipo di menopausa ad essere il determinante principale dell’aumentato rischio di ictus ischemico nelle donne a causa del calo di produzione degli estrogeni rendendo quindi l’ipotesi del “tempo”quella più accreditata e stabilendo convenzionalmente negli studi la menopausa prima dei 50 anni quale età a maggior rischio.
Mentre per donne che assumono la terapia sostitutiva ormonale tra i 50 e 59 anni questa comporterebbe un aumentato rischio di ictus ischemico, per coloro che incorrono in menopausa “precoce” la terapia ormonale assunta prima dei 50 anni avrebbe un effetto protettivo sull’ictus ischemico.
Alle considerazioni espresse sull’età e sull’assetto ormonale vanno poi inclusi i convenzionali fattori di rischio vascolare (es. ipertensione, diabete, fumo, obesità, dislipidemia ecc..) quali aggravanti del profilo di rischio femminile sopraesposto il cui controllo ad opera del paziente stesso e del medico curante può rappresentare una strategia importante di prevenzione primaria.

 

TROMBOEMBOLISMO VENOSO: PREVENIRE È CURARE
Quali sono i fattori di rischio prevalenti per trombosi venosa nelle donne?
Il Tromboembolismo Venoso è una patologia multifattoriale, alla cui genesi concorrono più elementi. Ogni individuo ha un proprio “potenziale trombotico” che dipende da fattori sia ereditari (es: familiarità, difetto di proteine anticoagulanti) sia acquisiti (es: chirurgia, terapie estro progestiniche, gravidanza). E’ plausibile pensare che l’evento clinico “trombosi” si manifesti solo quando l’insieme di questi fattori supera una determinata soglia.

Perché è importante individuare la propria predisposizione alla trombosi venosa?
Riconoscere l’aumento del rischio per lo sviluppo di trombosi può consentire l’applicazione di regimi di prevenzione, farmacologica e non, secondo protocolli ben definiti utili a ridurre la probabilità dell’evento.

Quando è indicato sottoporsi a visita di controllo?
L’indicazione alla visita specialistica è utile in particolare nei soggetti che abbiano una storia familiare e/o personale positiva per tromboembolismo venoso (Trombosi venosa profonda e/o embolia polmonare).

 

OSTEOPOROSI, CONOSCERE IL PROPRIO RISCHIO
Quali sono le principali cause dell’osteoporosi e quali i sintomi premonitori?
L’osteoporosi è una malattia sistemica dello scheletro caratterizzata da riduzione della massa ossea ed alterazioni qualitative del tessuto osseo che si accompagnano ad aumento del rischio di frattura.

Quali sono le conseguenze più significative?
La conseguenza più rilevante della patologia è rappresentata dalla frattura da fragilità (1 ogni 30 secondi in Europa) che insorge a seguito di traumi anche lievi, per lo più in seguito a cadute, ma si può manifestare anche spontaneamente.

Come si effettua la diagnosi?
La massa ossea - densità scheletrica può essere valutata con varie tecniche generalmente definibili come densitometria ossea o mineralometria ossea computerizzata (M.O.C.) . Attualmente il gold standard per la diagnosi è rappresentato dalla densitometria a raggi X o D.X.A. utile per valutare separatamente la massa ossea della colonna e del femore (possibile anche l’esecuzione a livello del radio).

Quali sono i principali fattori di rischio?
L’osteoporosi primitiva (post menopausale e senile) ha come maggiori determinanti la variazione dello stato ormonale, l’età, il peso corporeo, la familiarità, il picco di massa ossea raggiunto in età adulta (una sorta di deposito a cui attingere nelle età successive). Il picco di massa ossea raggiunto ai 30 anni è strettamente correlato allo stile di vita (attività fisica, fumo di sigaretta o abuso di alcolici, dieta povera di calcio, carenza di vitamina D, denutrizione o basso peso corporeo) oltre che a fattori genetici.

 

COME E PERCHE’ DONARE IL CORDONE OMBELICALE
Cosa bisogna fare per diventare donatrici?
Per diventare donatrici nel corso del terzo trimestre di gravidanza, ossia dopo la 32esima settimana, è necessario rivolgersi al Servizio di Medicina Trasfusionale che ha istituito un apposito ambulatorio (prenotazioni telefoniche al numero 0372 405461, da lunedì a venerdì, 9.30 - 15.30). L’arruolamento avviene dopo la compilazione di un semplice questionario, la valutazione di esami di laboratorio che le future mamme già eseguono durante la gravidanze ed un colloquio informativo con un medico trasfusionista.
Superata questa fase, all'ingresso in sala parto la possibilità della donazione viene riconsiderata solo se sono intervenuti eventi clinici nuovi che controindicano la donazione.

Cosa significa donare il sangue cordonale e quali i vantaggi e gli svantaggi?
Il cordone ombelicale, che normalmente viene gettato, contiene sangue ricco di cellule staminali, le stesse del midollo osseo. Cellule in grado di generare globuli rossi, globuli bianchi e piastrine.
Una donna che decide di donare il sangue cordonale offre a una possibilità di guarigione a pazienti che per patologie solitamente ematologiche sono in attesa di un trapianto di cellule staminali. L’efficacia clinica di tali procedure è stata da tempo scientificamente accertata. Non esistono svantaggi né per la mamma né per il bambino in quanto il sangue cordonale viene prelevato a nascita avvenuta.

Come avviene la raccolta del sangue cordonale?
Non tutte le coppie sanno dell’esistenza di programmi sanitari che raccolgono il sangue cordonale donato. La raccolta avviene in maniera sicura: dopo il parto, il sangue del cordone viene estratto lontano da mamma e bambino, posto in sacche sterili monouso, etichettate e spedite alle banche di crio-conservazione entro 36 ore dal prelievo.
Le unità di sangue cordonale prelevate presso l’Azienda Ospedaliera di Cremona sono inviate al San Matteo di Pavia per le valutazioni laboratoristiche e lo stoccaggio presso la banca del sangue cordonale. Pavia è una delle due sedi indicate da Regione Lombardia – l’altra è il Policlinico di Milano - come banca accreditata per la conservazione di questo tipo di cellule.
La procedura, essendo a carico del Servizio Sanitario Nazionale è del tutto gratuita e viene svolta esclusivamente da strutture pubbliche coordinate dal Centro Nazionale Sangue, in collaborazione con il Centro Nazionale Trapianti.

Per quanti anni dal momento della donazione sono utilizzabili le cellule cordonali?
Le cellule staminali si possono mantenere in appositi impianti criogenici alimentati ad azoto liquido e capaci di garantire temperature inferiori a - 150°C anche per 15-20 anni.

 

I medici che hanno collaborato:
Presidio Ospedaliero di Cremona
UO di Chirurgia Generale ad indirizzo senologico; UO di Radiologia Diagnostica per immagini; UO di Ostetricia e Ginecologia; UO di Cardiologia; UO di Neurologia; UO di Medicina Trasfusionale; UO di Medicina Generale; UO di Laboratorio Analisi; Servizio Sociale Aziendale.
Presidio Ospedaliero Oglio Po
UO di Chirurgia Generale ad indirizzo senologico; UO di Chirurgia Generale; UO di Radiologia Diagnostica per immagini; UO di Ostetricia e Ginecologia; UO di Cardiologia; UO di Medicina Trasfusionale; UO di Medicina Generale; UO di Laboratorio analisi; Servizio Sociale Aziendale.

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA DI TESTI E FOTO

09 Marzo 2015

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