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Sabato 18 Novembre 2017

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"Quello che non ho", le recensioni degli studenti

"Quello che non ho",  le recensioni degli studenti

CREMONA - 'Quello che non ho': ecco le recensioni degli studenti.

RICCARDO BARONI VA LICEO SCIENTIFICO ASELLI

Di fronte ad uno spettacolo musicale, bisogna sempre porsi un quesito fondamentale: è un testo in prosa intervallato da canzoni o un’unica composizione musicale interrotta a tratti dalla recitazione?
‘’Quello che non ho’’ rientra senza dubbio nella seconda categoria: con il suo ritmo perfettamente scandito, privo d pause o cedimenti, vola dall’inizio alla fine, bruciando in un battito di ciglia 90 minuti di rappresentazione. Probabilmente Fabrizio De André, autore di tutte le canzoni riprodotte, sarebbe stato più che soddisfatto di questo energico omaggio alla sua musica, mentre è facile immaginarsi Pasolini con le mani tra i capelli.
È proprio sulle parole del grande intellettuale, testualmente tratte dagli “Scritti corsari”, che si apre contenutisticamente lo spettacolo, tradendo con il suo svolgersi, però, quanto affermato in precedenza:
Si denunciano problemi ambientali e si propone la ‘’decrescita felice’’, per poi parlare della crisi del ‘’made in Italy’’, come se i nostri prodotti non fossero oggetti di consumo che sprecano e inquinano durante la produzione e il trasporto, ma castelli di aria fritta, si proclama l’origine ‘’antropologica’’ della degenerazione consumistica per poi scadere qua e là nell’accusa banale a dei politici generici, anziché sottolineare la dimensione pervasiva di questo insostenibile modello economico.
Tutto ciò senza considerare i numeri dei bambini che muoiono di fame ogni giorno, sbandierati nell’allegria generale dei musicisti sul palco, intenti a cantare come se nulla fosse: l’unica tutela possibile dall’etichetta di pura mercificazione sarebbe stato un po’ di sano, amaro sarcasmo, del tutto assente.
Oltre ad un po’ di leggerezza ironica, infatti, non c’è nulla che giustifichi emotivamente un simile contrasto tra contenuto e forma scenica, appiattendo le diverse realtà trattate in modo sconcertante.
Si potrebbe obiettare che uno spettacolo così ricco di musica deve essere allegro, ma è proprio in virtù di questo intrinseco limite che trattare certi argomenti è un grande rischio: sarebbe stato meglio se Neri Marcorè avesse sfruttato le sue doti di comico per approfondire alcuni spunti interessanti, come la convivenza con rom e immigrati africani, perché se si può e si deve ridere di paure irrazionali prima fra tutte la xenofobia, non si possono trattare con leggerezza minacce al di là della nostra capacità di immaginazione.


VIRGINIA FIAMENI- 3 LICEO ASELLI - Un libro ha sempre qualcosa da raccontare, ogni generazione lo interpreta differentemente, immedesimandosi, adattandolo alla propria pelle. Per questo la letteratura è immortale e Pasolini, così come De Andre, è in questo spettacolo indubbiamente è più immortale che mai.

Ciò che mette in scena con straordinaria maestria Neri Marcorè in Quello che non ho (al Teatro Ponchielli il 7 e 8 febbraio), partendo dalla lettura degli scritti di questi grandi autori, è una vera e propria riflessione sul presente, sulla società moderna. Le vicende narrate guidano gli spettatori attraverso un percorso di presa di coscienza e comprensione dell'oggi grazie alle prepotenti denunce degli Scritti Corsari e le parole pungenti delle canzoni di De Andrè che appaiono, purtroppo, estremamente contemporanee, proponendo una riflessione,a tratti sarcastica, sul nostro Paese ed il mondo in generale, sul consumismo che regna sovrano nelle nostre vite, portandoci sempre più inesorabilmente alla perdita di valori e all'autodistruzione.

Un incontro faccia a faccia con il nostro presente che ci fissa dritti negli occhi mentre noi tentiamo invano di evitarne lo sguardo, addossando ad altri le nostre responsabilità e colpe.

In quetsa ora e mezza di coinvolgimento emotivo viene somministrata a poco a poco qull'amara medicina ,chiamata la verità, che fatichiamo a deglutire, addolcendone quasi il sapore con le musiche straordinariamente interpretate delle voci e le chitarre di Giua, Pietro Guarracino e Vieri Sturlini.

In questo clima di apparente desolazione non manca però uno spiraglio di speranza per il futuro. Un qualcosa su cui ricostruire, un bagliore, un chiarore nella notte. Sono tornate le lucciole. Quelle stesse di cui Pasolini aveva designato la scomparsa denunciando la decadenza iniziata negli anni sesanta. Sono tornate nelle campagne ad illuminare i margini dell'oscurità dei giorni nostri , basterebbe semplicemente che qualche faro si spegnesse o qualche lampione si fulminasse per poterle vedere meglio. Contemplarle in silenzio. Assoluto silenzio. Poi buio, cala il sipario. In qualche secondo il silenzio è vinto da uno scroscio di cacofonici applausi.

SILVIA ANDREA RUSSO - IC LICEO CLASSICO MANIN - Il 7 Febbraio, sul celebre palco cremonese, Neri Marcorè, accompagnato dal virtuosismo delle voci e delle chitarre di Giua, Pietro Guarracino e Vieri Sturlini, spaziando dalla realtà della recitazione a quella della musica, riporta alla memoria due dei giganti del nostro recente passato, due “voci fuori dal coro”: Pierpaolo Pasolini e Fabrizio De Andrè. Marcorè presta la voce all’indignazione civile dell’intellettuale e alle “anime salve del celebre cantautore genovese. Scritto e diretto da Giorgio Gallione, Quello che non ho offre numerosi spunti di riflessione e nuove angolazioni dalle quali osservare il Mondo, con occhio critico, ed interrogarsi sulle problematiche civili e sociali della nostra epoca, in equilibrio tra ansia del presente e speranza per un nuovo futuro. Marcorè si serve di storie emblematiche, spesso in forma satirica, quasi parabole dei nostri giorni. Racconti di sfruttamento, di esclusione, di guerra ed illegalità, storie della nostra Italia e del Mondo, vincolati dai pregiudizi, maniaci del consumismo feroce ed altamente distruttivo, storie di un potere paradossale che sta addormentando la coscienza critica delle nuove generazioni. Storie di uno sviluppo senza progresso, come amava affermare Pasolini nel documentario “La Rabbia”. In questo tessuto narrativo, basato su episodi di cronaca internazionale, riflessioni di carattere economico e sociale, si intrecciano alcuni dei più celebri capolavori di de Andrè, da Khorakhané a Don Raffaè a Smisurata Preghiera: poesie in musica che passano dalle ribellioni ai sarcasmi giovanili alla visionarietà dolente delle “anime salve” e dei “non allineati” contemporanei. Lo spettacolo corre, quindi, su un doppio binario: le denunce musicali di de Andrè e le visioni lucide e beffarde di Pasolini, apocalittiche profezie che delineano un’orrenda preistoria. Una serie di provocazioni, celata dietro l’ironia di Marcorè, spinge il pubblico a confrontarsi con la realtà della nostra epoca e a trovare, nella propria quotidianità, le risposte a dei brucianti interrogativi sul nostro instabile presente e su un futuro incerto. Quello che non ho, attraverso un ipnotico finale, invita a non lasciarsi travolgere dall’onda dell’omologazione e dell’appiattimento culturale e sociale e a coltivare sempre la speranza per un futuro migliore.

ALEXANDRA CHIRITA- 3A MANIN - La sera di martedì 7 Febbraio, presso il teatro A. Ponchielli, è andato  in scena “Quello che non ho”.. Neri Marcorè, attore, doppiatore, imitatore e comico, accompagnato da Giua, Pietro Guarracino e Vieri Sturlini, espone in chiave ironica l'incompletezza e l'instabilità della società attuale. Partendo proprio dal titolo di una delle canzoni di Fabrizio De Andrè, Neri Marcorè inizia a raccontare una serie di parabole significative che portano gli spettatori a riflettere e rispondere all'interrogativo proposti da costui: “é davvero questo che conta?”. Alternando le piacevoli canzoni di  De Andrè alle curiose narrazioni, lo spettacolo ha portato a una riflessione collettiva su quello che dovrebbe contare davvero, in contrasto a tutte le preoccupazioni superficiali della quotidianità.

Neri Marcorè riflette sulle tendenze di oggi,  sull'apparire e non più sull'essere. Affrontata in chiave sarcastica, Marcorè espone la realtà del nostro Mondo dal suo punto di vista, ponendo particolare attenzione sulle azioni umane che al posto di arricchire la nostra comunità, la impoverisce. Si discute tutt'ora su fatti assurdi privi di un senso come ad esempio “La scomparsa di Clarabella”, personaggio dei cartoni animati della Disney che ha impegnato i parlamentari nella ricerca di spiegazioni per diversi anni; i gadgets dell'acqua minerale usati per sponsorizzare i vari marchi. Questa è la dimostrazione di quanto ormai il Mondo sia affetto dal consumismo. Affronta inoltre problematiche come: “la guerra civile causata dal Coltan”, minerale importantissimo che negli ultimi anni ha cominciato a scarseggiare notevolmente a causa delle produzioni in continuo aumento di telefoni e diversi apparecchi elettronici; “Il Sesto Continente”, un'enorme Atlantide ricoperta di rifiuti galleggianti al largo delle Hawaii; i roditori, considerati i futuri padroni del pianeta Terra. “Stiamo producendo orrori e miserie, ma anche un tempo fatto di opere meravigliose, quadri, musica, libri e parole” conclude Marcorè, inviando così un messaggio di meditazione e valutazione sulle nostre azioni future e su quello che potremmo migliorare per lasciare un Mondo migliore e testimonianze positive della nostra esistenza.

ANNALISA CORRADI – 3A LICEO MANIN - Su un palcoscenico popolato da una decina di sedie e altrettante chitarre, quattro artisti, ottimi musicisti e cantanti, raccontano le miserie del nostro paese e del pianeta in cui viviamo. Uno di loro, Neri Marcoré (al Teatro Ponchielli la sera del 7 e 8 febbraio), è la voce narrante, che legge gli scritti profetici di Pier Paolo Pasolini intervallandoli con le canzoni di Fabrizio De André, due artisti-filosofi che negli anni settanta ebbero il coraggio di stimolare riflessioni 'fuori dal coro' e di essere 'contro'.

Partendo dalle idee di Pasolini e De André, gli autori di 'Quello che non ho' accompagnano lo spettatore in un viaggio non solo nel malcostume e nel degrado della nostra bella Italia, nella quale i politici pensano “di risolvere i problemi del mezzogiorno svegliandosi all'una” oppure si perdono in interrogazioni parlamentari sulla scomparsa del pupazzo Clarabella, ma anche nei drammatici eventi che sconvolgono il mondo intero. 

Dall'inquinamento causato da atti criminali allo sfruttamento dei minori in tante parti del pianeta fino alla condanna del pregiudizio razzista nei confronti dei rom, Marcoré e i suoi compagni evidenziano i comportamenti dell'uomo egoista e consumatore, che calpesta qualsiasi valore morale e il senso etico pur di arrivare alla soddisfazione del proprio ego, attuando soprusi e agendo senza curarsi dei devastanti effetti dei suoi comportamenti. 

Attraverso l’esperienza del teatro-canzone, vengono raccontate al pubblico le situazioni di illegalità, le guerre, causate dalle bramosie dei paesi ricchi, ma condotte sul terreno dei paesi poveri con l’obiettivo dello sfruttamento delle materie prime, gli atti di sopruso sui più deboli e quel torpore che avvolge le menti degli uomini, incapaci di alzare voci fuori dal coro.

Pasolini diceva che erano scomparse le lucciole, denunciando la dissoluzione morale della sua epoca, ma Marcorè, alla fine, inserisce una nota di speranza smentendo la “profezia” ed affermando che spegnendo le luci, nel silenzio delle notti in campagna, possiamo ancora ammirarle.

Ottima la parte musicale, ma meno convincenti i monologhi, nei quali viene messa troppa carne al fuoco e vengono affrontati tanti temi drammatici e complessi in poco tempo, riducendo il tutto ad un elenco dei mali del mondo. Lo spettacolo è in ogni caso ambizioso e interessante e gli applausi fragorosi di un Ponchielli da “tutto esaurito” lo hanno confermato.

FABIO FAVERZANI - 5A LICEO VIDA - Non solo musica. Non solo monologo. Non solo denuncia. Non solo storia. Non solo satira. Il titolo dello spettacolo potrebbe suggerire, a una mente distratta, l’idea di privazione. “Quello che non ho”… La presenza di un mattatore come Neri Marcorè promette però di non far mancare nulla a un Ponchielli gremito, per un paio di serate, martedì 7 e mercoledì 8 febbraio, che hanno registrato il tutto esaurito. “Quello che non ho è quel che non mi manca … Quello che non ho sono le mani in pasta”. Gli spettatori battono le mani a tempo; e poi applausi a scena aperta e qualcuno, dalla platea, che intona con entusiasmo le canzoni proposte in un’ora e mezza di letture e riflessioni a voce alta. È uno spaccato di storia italiana: dagli anni ’70 ai fatti di attualità. Prende le mosse da un concerto di De André del ’95: seduto in platea, un giovane Neri Marcorè ingannava il tempo che lo separava dall’inizio del concerto con gli Scritti Corsari di Pasolini. Fu amore a prima vista. Un trio (attore, cantautore e giornalista) idealmente ricomposto 22 anni dopo.

Marcorè (accompagnato dalle chitarre e dalle voci di Giua, Pietro Guarracino e Vieri Sturlini, con la regia di Giorgio Gallione) ha reso accessibili i due autori a chi, soprattutto fra i giovani, fosse digiuno dei loro testi. Parole che offrono categorie critiche per leggere i nostri anni, coi “commenti a margine” di Marcorè, scanzonati ma non meno credibili. Eccolo ironizzare sul prezzo della benzina, divenuta merce pregiata, come un vino di qualità, con tanto di sommelier che la assaggia e la cambia se sa di tappo. La cronaca dimostra come la realtà spesso sappia superare la fantasia: politici che risolvono i problemi del Mezzogiorno svegliandosi all’una; parlamentari che si preoccupano della scomparsa di un gadget targato Disney dall’offerta promozionale di Rocchetta Junior, propongono la raccolta differenziata per i chewing gum masticati e si interessano agli avvistamenti ufo. La scenografia poteva sembrare inizialmente poco più che una cornice: luci viola al rievocare i danni nel territorio di Priolo-Melilli (Siracusa) dovuto alle scorie industriali versate in mare; rosse al rievocare l’inferno in Congo dei bambini sfruttati come forza-lavoro. Si fa protagonista sul finale, con un brulicare di lucciole delle quali Pasolini, in uno scritto, lamentava la scomparsa. Per fortuna anche i profeti sbagliano.

GIADA CESURA- 1A LICEO ASELLI - Un perfetto equilibrio tra musica e parole. Così definirei “Quello che non ho”, spettacolo andato in scena mercoledì 8 febbraio al Teatro Ponchielli. Con regia di Giorgio Gallione e la partecipazione di Neri Marcorè lo spettacolo è stato un successo. Si trattava di un monologo sui problemi del mondo di oggi, molti dei quali erano già presenti all’epoca di Pasolini. Ad ogni riflessione su una questione seguiva un pezzo di De Andrè, cantato e suonato da tre chitarristi oltre allo stesso Neri Marcorè. La scena era essenziale, allestita con alcune sedie nere, le chitarre e una colonna di tessuto; lo sfondo era formato da un telo raggrinzito che grazie all’abile controllo delle luci assumeva ora un’atmosfera cupa, ora una rilassata e colloquiale. 

La scena era perfetta per seguire con attenzione il monologo che non è mai risultato pesante. Dallo sfruttamento dei minori all’inquinamento, dalla questione di migranti e zingari all’abuso della tecnologia: questi sono solo alcuni dei temi toccati dallo spettacolo. Non sono mancate le critiche alla società mascherate da battute apprezzate dagli spettatori. La fusione tra i testi di De Andrè appartenenti ad un passato recente e le parole di Marcorè che si riferivano al giorno d’oggi è stato come un dolce ma ritmato incontro tra la musica e l’attualità. L’abbraccio indissolubile tra le parole e la musica è stato rappresentato al meglio dai chitarristi e tutto il teatro ha accolto la fine dello spettacolo con numerosi applausi. In conclusione uno spettacolo ben realizzato sia dal punto di vista scenico che dal punto di vista della regia e dei testi, in particolare la scelta dei pezzi musicali era veramente azzeccata. I musicisti hanno saputo interpretare i pezzi in modo efficace sia dal punto di vista canoro che da quello strumentale. Lavoro ben realizzato.

GIULIA CERATI III LICEO LINGUISTICO MANIN

QUELLO CHE NON HO: L’ITALIA CHE NON C’E’

L’8 febbraio è andato in scena al teatro Ponchielli “ Quello che non ho” con la voce narrante di Neri Marcorè e alle chitarre Guia, Pietro Guarrancino e Vieri Sturlini. La rappresentazione si apre sulle note delle canzoni di De Andrè che hanno permesso a Marcorè, durante tutto lo spettacolo, di riflettere su quanto sta succedendo nella nostra epoca. Un’alternanza tra musica e denuncia nata per caso dalla lettura degli Scritti Corsari di Pasolini in attesa del concerto di De Andrè nel 1995. Nasce così questo teatro canzone, dove le brillanti “profezie” di Pasolini sono ancora realtà attuali nonostante siano passati quarant’anni dalla sua morte. Il quadro che ci racconta è quello di un’Italia tragica: dall’inquinamento del mare del Sud che” regala” ai nostri occhi uno spettacolo di triglie fluorescenti per il troppo mercurio nelle acque, si passa alla nascita di un sesto continente di plastica in prossimità delle Hawai.

Il discorso tocca poi argomenti come la prostituzione e lo sfruttamento dei bambini nei paesi più poveri, indotti al lavoro forzato o obbligati a “farsi esplodere” per un “malinteso amor di patria”e non manca infine il riferimento al razzismo, il rifiuto per il diverso, così sentito nel nostro paese. La bella Italia, paese di opere meravigliose, musiche, invenzioni che ha perso questa grande qualità e in tutto questo la TV la fa da padrone, responsabile del forte degrado culturale della società lasciando posto al progresso fine a se stesso. “ Lo sviluppo non porta al progresso”ma a storie di sfruttamento di uomini e ambiente e di guerre civili: quello di Marcorè è un atteggiamento di denuncia e avvertimento per gli uomini, con l’invito a un miglioramento prima che sia troppo tardi per rimediare. Lo spettacolo si conclude con l’attore che, forse per la prima volta durante lo spettacolo, contraddice quanto Pasolini aveva denunciato: l’evidente scomparsa delle lucciole è sinonimo di un imminente degrado. É a questo punto dello spettacolo che lo sfondo del palcoscenico si accende di una miriade di lucciole con l’invito a osservare più attentamente il cielo perché le lucciole esistono ancora. Troppo pessimismo e dolore? Certo, ma non rassegnazione … incominciamo quindi a volare in alto, con un grande applauso del pubblico.

SILVIA ANDREA RUSSO - 1 LICEO MANIN - Il 7 Febbraio, sul celebre palco cremonese, Neri Marcorè, accompagnato dal virtuosismo delle voci e delle chitarre di Giua, Pietro Guarracino e Vieri Sturlini, spaziando dalla realtà della recitazione a quella della musica, riporta alla memoria due dei giganti del nostro recente passato, due “voci fuori dal coro”: Pierpaolo Pasolini e Fabrizio De Andrè. Marcorè presta la voce all’indignazione civile dell’intellettuale e alle “anime salve del celebre cantautore genovese. Scritto e diretto da Giorgio Gallione, Quello che non ho offre numerosi spunti di riflessione e nuove angolazioni dalle quali osservare il Mondo, con occhio critico, ed interrogarsi sulle problematiche civili e sociali della nostra epoca, in equilibrio tra ansia del presente e speranza per un nuovo futuro. Marcorè si serve di storie emblematiche, spesso in forma satirica, quasi parabole dei nostri giorni.

Racconti di sfruttamento, di esclusione, di guerra ed illegalità, storie della nostra Italia e del Mondo, vincolati dai pregiudizi, maniaci del consumismo feroce ed altamente distruttivo, storie di un potere paradossale che sta addormentando la coscienza critica delle nuove generazioni. Storie di uno sviluppo senza progresso, come amava affermare Pasolini nel documentario “La Rabbia”. In questo tessuto narrativo, basato su episodi di cronaca internazionale, riflessioni di carattere economico e sociale, si intrecciano alcuni dei più celebri capolavori di de Andrè, da Khorakhané a Don Raffaè a Smisurata Preghiera: poesie in musica che passano dalle ribellioni ai sarcasmi giovanili alla visionarietà dolente delle “anime salve” e dei “non allineati” contemporanei.

Lo spettacolo corre, quindi, su un doppio binario: le denunce musicali di de Andrè e le visioni lucide e beffarde di Pasolini, apocalittiche profezie che delineano un’orrenda preistoria. Una serie di provocazioni, celata dietro l’ironia di Marcorè, spinge il pubblico a confrontarsi con la realtà della nostra epoca e a trovare, nella propria quotidianità, le risposte a dei brucianti interrogativi sul nostro instabile presente e su un futuro incerto. Quello che non ho, attraverso un ipnotico finale, invita a non lasciarsi travolgere dall’onda dell’omologazione e dell’appiattimento culturale e sociale e a coltivare sempre la speranza per un futuro migliore.

24 Febbraio 2017