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Martedì 06 Dicembre 2016

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CREMONA

Ospedale, rissa tra nomadi
E l’ingresso diventa un ring

Una ventina di rom scatenati per dissidi di natura familiare tutti fuggiti prima dell’arrivo della polizia

Ospedale, rissa tra nomadi
E l’ingresso diventa un ring

CREMONA - La resa dei conti è avvenuta nell’androne. A due passi dalle porte scorrevoli, tra il via vai domenicale di famiglie, bambini, parenti e amici di persone ricoverate. Tutti immersi nella gioia di una nascita, nella speranza di una dimissione, nelle fasi più dure della malattia di un congiunto. Tutti increduli nell’assistere a quell’esplosione di violenza, in pieno giorno, alle porte dell’ospedale Maggiore il nosocomio di un capoluogo di provincia. Invece, è tutto vero. Ha lasciato il segno, e strascichi che si definiranno nei prossimi giorni, quanto avvenuto nel primo pomeriggio dell’altro ieri all’entrata dell’ospedale di Cremona. Si è trattato di una resa dei conti che ha visto contrapporsi una ventina di rom, a quanto pare divisi da questioni di famiglia non ancora emerse nei dettagli. Quel che è certo, è che la scena ha lasciato senza parole decine di presenti.
Tutto è avvenuto intorno alle 14. Dopo aver varcato la porta esterna, i rom, giunti a bordo di alcune auto, percorrono a gruppi il viale centrale e varcano la porta scorrevole. Lì, a pochi metri dall’edicola e dal bar, si accende la scintilla. Le due fazioni si incontrano, si fronteggiano. I dialoghi si infiammano. A pochi metri transitano decine di persone. Come accade spesso nelle giornate festive, sono presenti diversi minori. Una parte dei visitatori intuisce quel che sta per capitare, che la situazione sta per precipitare, e accelerano il passo. A un tratto dalle parole si passa ai fatti. Lo spettacolo è disarmante. Un parapiglia dove non si risparmiano colpi proibiti. Tra le urla, le spinte, persone che finiscono a terra, altre che arretrano pronte a sferrare altri cazzotti, altri calci, altri schiaffi. Nel timore che tutto possa ulteriormente degenerare, alcuni dipendenti dell’ospedale prendono il telefono e lanciano l’allarme. Inutile chiamare le guardie ospedaliere. Nessuna delle quattro unità rimaste è in servizio è presente. Non sono in turno. L’ospedale è sguarnito. Allora parte la chiamata alla centrale operativa della questura. Poche parole per spiegare quel che accade e una pattuglia della squadra volante viene inviata all’ospedale. Gli agenti sono rapidi a intervenire, ma nei minuti che trascorrono i coinvolti nella resa dei conti hanno il tempo di darsele di santa ragione e poi di allontanarsi. Se ne vanno tutti, all’unisono, per non essere intercettati.
I testimoni quasi non hanno parole per commentare quel che hanno visto. All’arrivo degli uomini i divisa, vengono raccolti tutti gli elementi utili. I poliziotti tendono le antenne per capire se l’episodio possa avere un seguito ravvicinato e se c’è qualche mossa da compiere. Nell’immediatezza, però, non emerge nulla. Detto questo, la partita partita potrebbe non essere chiusa.
Appena consumato l’episodio, parte del personale di turno, in particolare chi si trovava vicino all’ingresso al momento dei fatti, scuote il capo.
I più anziani spiegano ai colleghi giovani che l’ospedale non è mai stato così indifeso. Che va fatto qualcosa per invertire la rotta. «Non si può andare a lavorare con il timore di trovarsi in mezzo a una rissa oppure davanti a qualcuno su di giri che si scatena al pronto soccorso», sbotta un infermiere, che poi cita la sequela di episodi, più o meno gravi, avvenuti nel parcheggio davanti al nosocomio e chiude con un vecchio slogan dei sindacati, in auge anni fa, per contrastare gli infortuni sul luogo di lavoro: «Il pericolo non è il mio mestiere».

 

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18 Maggio 2015

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