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CREMONA

"Sulla morte di Riccardo noi vogliamo la verità"

Dal gup si sono costituiti parte civile i familiari del ventenne deceduto durante l'anestesia

"Sulla morte di Riccardo noi vogliamo la verità"

Riccardo Sapienza

CREMONA - Nei quasi due anni di indagini sono stati in silenzio «per non influenzarle». Mercoledì 4 marzo, pur nella loro disperazione e lontano dai riflettori, mamma Annalisa e papà Salvatore quel silenzio lo hanno rotto per dire che «il nostro desiderio è di parlare di Riccardo, del ragazzo solare che era» e perché «vogliamo la verità sul motivo della sua morte».

Annalisa e Salvatore sono i genitori di Riccardo Sapienza, 20 anni, calciatore del Torrazzo morto il 23 luglio del 2013 all’ospedale Maggiore. Doveva essere sottoposto a un pneumotorace. Riccardo morì in sala operatoria durante l’anestesia. I genitori e i due figli, Emanuela la più grande, Leonardo il più piccolo, si sono costituiti parte civile alla prima udienza preliminare del procedimento per omicidio colposo a carico di Valerio Schinetti, l’anestesista dell’ospedale di Manerbio quel giorno in servizio a Cremona grazie ad una convenzione tra le due strutture di copertura dei turni. Per il pm Fabio Saponara, Schinetti avrebbe compiuto un errore durante la fase di intubazione. Ma il tubo che avrebbe cagionato la lesione ‘non si è più trovato’, ha detto Stefano Forzani, l’avvocato che assiste l’anestesista e che davanti al gup, Letizia Platè, ha sollevato due questioni (tecniche) preliminari, sulle quali il giudice si è riservato di decidere, rinviando l’udienza a mercoledì prossimo.

«Non vogliamo ancora dire nulla. Attendiamo quello che verrà deciso», hanno affermato i familiari di Riccardo (mamma, papà e Leonardo sono assistiti dall’avvocato Gabriele Fornasari, Emanuela dall’avvocato Jolanda Tasca). «Magari sembriamo ripetitivi — hanno aggiunto i genitori —, ma lo strazio e la pena sono indicibili. Siamo ansiosi di finire questo processo e il nostro pensiero è sempre là, al 23 luglio del 2013. Noi Riccardo avremmo voluto vederlo uscire da quella sala operatoria».

Con quel fisico di ferro, Riccardo non aveva mai avuto problemi di salute tranne, negli ultimi tempi, un dolore alla schiena. Quel giorno finì in sala operatoria: un intervento di routine per il pneumotorace. Un intervento mai cominciato, però, perché qualcosa andò storto durante l’anestesia. Riccardo fu stroncato da un arresto cardiaco. All’ospedale ci andò una prima volta il 3 luglio per dei dolori alla schiena forse causati da un tuffo nel fiume Trebbia. Venne dimesso il 9 luglio. Ma le fitte, fastidiose anche se non lancinanti, erano ritornate. Il 14 luglio il secondo ricovero. Sottoposto alle normali procedure, il 23 luglio Riccardo entrò in sala operatoria, dalla quale uscirono due medici per dare al padre e alla madre la notizia che non potevano immaginare. Mamma Annalisa si sentì male e dopo una notte passata in corsia, a riportarla a casa fu il marito Salvatore, trasferitosi a Cremona molti anni fa da Biancavilla, ai piedi dell’Etna, autista dell’Atm di Milano.

«L’abbiamo salutato che stava benissimo. Era tranquillo, lo eravamo anche noi. Con l’operazione voleva togliersi il pensiero anche perché, a novembre, avrebbe sostenuto un provino per una squadra di calcio francese. Il pallone era tutto per lui. Chi ha responsabilità deve pagare», si sfogarono quel giorno mamma e papà. Poi, quasi due anni di silenzio «con il pensiero sempre là», al 23 luglio del 2013.

05 Marzo 2015

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