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Lunedì 11 Dicembre 2017

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16 novembre

Lettere al Direttore (1)

Lettere al Direttore (1)

IL CASO
L'apocalisse della Nazionale di calcio. Dobbiamo ripartire dai settori giovanili


Caro direttore,
le chiedo ospitalità per cercare di trovare una spiegazione realistica sull’apocalisse della Nazionale di calcio. Quello che si è consumato lunedì sera allo stadio G. Meazza è indubbiamente uno dei drammi sportivi più tristi che l’Italia pallonara ha subito negli ultimi decenni. Più cocente della sconfitta di rigore nella finale mondiale ad Usa 94, più umiliante del 4-0 subito contro la Spagna nella finale di Euro2012 in Polonia ed Ucraina. Sì, perché non è mai banale arrivare a disputare una finale di un torneo internazionale che ha visto partecipare le nazionali più forti del globo.
Ma questa volta non sarà così e per la prima volta dopo 60 anni (!) l’Italia resta a guardare, comodamente seduta sul divano, la massima competizione calcistica. Che inevitabilmente non avrà lo stesso fascino senza di noi, per quattro volte Campioni del mondo. Per la prima volta passeremo l’estate senza sognare ad occhi aperti la tanto agognata vittoria, senza organizzare grigliate o pizzate a casa di amici o al bar del paese, non aspetteremo con trepidazione il giorno della partita dell’Italia, non ascolteremo e canteremo emozionati il nostro Inno, non sentiremo e non parteciperemo in prima persona alle discussioni da bar su «è meglio che giochi Tizio e non Caio», non vedremo l’espressione felice dei bambini che per la prima volta provano l’emozione di un gol dell’Italia, col volto dipinto e gli occhi pieni di lacrime di gioia. I responsabili di questo fallimento sono tanti.
È colpa del ct Ventura e dalla sua tracotanza, deciso fino all’ultimo e contro ogni logica a giocarsela con un’impostazione di squadra assurda (giocatori fuori ruolo, i migliori talenti del calcio nostrano in panchina per 90 minuti); è colpa del presidente della Figc Tavecchio che alle roboanti dichiarazioni in campagna elettorale, non ha fatto seguire i fatti; è colpa dei giocatori che hanno dimostrato di avere scarsa personalità. Ma il calcio italiano, al di là di alcune sporadiche occasioni in cui è riuscito a racimolare qualche buon risultato che oggi paiono come occasionali e, probabilmente, figlie del caso (la già citata finale di Euro 2012, ma anche l’ottavo di finale perso ai rigori contro la Germania campione del mondo solo un paio di anni fa), è in crisi da diverso tempo. Durante gli ultimi due mondiali disputati abbiamo collezionato figure barbine e non siamo stati in grado di superare il primo turno (in Sudafrica abbiamo pareggiato contro Nuova Zelanda e Paraguay, perso contro la Slovacchia; in Brasile perso contro la Costa Rica e l’Uruguay).
La mancata qualificazione al primo turno dovrebbe aprire una seria riflessione nel movimento calcio in Italia. Sembra superfluo doverlo ammettere, ma due dei problemi più evidenti del nostro calcio sono rappresentati dal numero spropositato (56%) di stranieri che militano nelle squadre di serie A e dai vivai che non sono atti a sfornare talenti da presentare in serie A e per la Nazionale, ma per vincere inutilmente il campionato. Dobbiamo tornare ad insegnare ai bambini e ai ragazzini come si stoppa un pallone, come si crossa in area, come si palleggia. Questo è il punto di partenza basilare, tutto il resto lo si deve inserire man mano che si cresce e si acquisiscono nuove competenze. È inutile insegnare ad un 14enne la diagonale difensiva, il fuorigioco, la zona mista a scalare, lo schema su palla inattiva, se poi non è in grado di fare un cross in area di rigore.
Dobbiamo coltivare la vittoria con metodo, non conseguirla fine a sé stessa. È inutile arrivare alla vittoria per potersi vantare al bar con gli amici e dire «io ho vinto il campionato», perché non si vince veramente se giocatori e squadra non sono stati allenati e cresciuti per farlo. Si crea solamente l’illusione di essere arrivati in cima, ma in realtà si è all’inizio della scalata e, per arrivare in cima la montagna, bisogna soffrire ancora parecchio. Lassù l’ossigeno scarseggia e senza allenamento non si può resiste: si deve tornare indietro.
E ad essere rimasta senza fiato, oggi, è proprio l’Italia. Allora torniamo indietro e ripartiamo con una mentalità diversa e rinnovato entusiasmo per costruire nuovi settori giovanili che puntino sui giovani italiani e che abbiano come stella polare la tecnica ed il bel gioco.
Diego Storti
(Ostiano)

Confido che il presidente della Figc presto lasci l’incarico. E’ comunque scandaloso che né lui né il ct Ventura si siano dimessi. E se ne vadano con le tasche gonfie di soldi (nostri).

LA POLEMICA
Ormai un voto vale il prezzo di due pizze una birra
Signor direttore,
ultime notizie: alla Vucciria, il mercato di Palermo, sui banchi dell’offerta politica, divenuti ormai non dell’offerta di idee e di progetti, ma della compravendita di voti, siamo alla svendita della libertà di pensiero e di coscienza: un voto ormai vale 25 euro, ovvero un paio di pizze con un bicchiere di birra. D’altronde, per un candidato di quel Consiglio regionale vale la pena un investimento in un po’ di pizze e po’ di birre per arrivare a 8.200 euro mensili netti, senza contare altre prebende per ‘indennità di funzione’.
Una Regione, quella siciliana, com’è noto a Statuto speciale, ovvero con il massimo dell’autonomia concessa dalla Costituzione che non è stata bene utilizzata, visto il pesante costo per le casse dello Stato italiano: i 165 milioni l’anno di disavanzo per 5 milioni di abitanti con la particolare situazione di avere 15mila dipendenti, di cui 6mila non possono essere trasferiti da un ufficio a un altro, 2.800 usufruiscono di 3 giorni di permesso al mese, quindi dell’intrasferibilità, previste della Legge 104 per disabilità propria o di un familiare. Difficile non confrontare questi numeri con il bilancio della Lombardia: 4mila dipendenti, disavanzo 68 milioni per 10 milioni di abitanti. Lombardia quindi una terra promessa? È bene però non scadere in facili conclusioni, ovvero il Sud spendaccione e incapace di governare e il Nord oculato amministratore.
Chi governa oggi a Milano, ha resuscitato il perverso pensiero secondo cui è concesso usare spudoratamente dei soldi pubblici ad usum fabricae, come quella del proprio partito. È successo con l’ultimo referendum clamorosamente inutile che la Giunta di Roberto Maroni ha sfruttato per la conquista della primazia a destra tra Salvini e Berlusconi, visto che fra pochi mesi si voterà per il rinnovo del Consiglio regionale e poco dopo del Parlamento nazionale. Costi sostenuti: 56 milioni in spot pubblicitari, stampati, 24mila tablet, apertura seggi, eccetera. Ma in questa sede l’intento è anche altro, quello di cancellare il falso sinonimo: ‘autonomia’ uguale buona amministrazione. Al Nord, al profondo Nord, c’è infatti una Regione anch’essa a Statuto speciale, la Valle d’Aosta, che si trascina da anni grossi buchi di bilancio con il suo Casinò di Saint Vincent: 140 milioni nel 2015 e 114 nell’ultimo del 2016, 12mila dipendenti per 128mila abitanti. Di questi giorni l’uscita di Romano Prodi: «Una tragedia, Italia al baratro». Esagerazione? Magari lo fosse. Il dato della partecipazione al voto è un indizio preoccupante: dal 1948 al 1979, in 30 anni è passata dal 92 al 90%; dal 1983 al 2006, in circa 25 dall’88 all’81%.
Nel 2013, dopo solo 7 anni, sono calati di altri 9 punti percentuali, mentre il 94-95% degli italiani non ha fiducia nei partiti. 2017, in Sicilia, siamo arrivati al punto che gli elettori che non vanno a votare sono 53%, più della metà degli aventi diritto e quelli che ci sono andati, hanno dato il voto, verosimilmente, alla protesta populista, all’interesse privato e all’affarismo in genere. Per gli appuntamenti delle regionali e delle politiche dell’anno prossimo staremo a vedere. Per concludere, sembra giustificato lanciare un j’accuse al centrosinistra per la sua incapacità di partorire un pensiero nuovo, convincente, lungimirante, libero da miti del passato.
Un progetto di futuro che comprenda uno sforzo comune, a partire da chi ha di più, per affrontare con efficacia i gravi problemi causati dai cambiamenti del clima sempre più marcati e per rendere finalmente compatibili, a differenza di oggi, il diritto al lavoro e il diritto alla salute. Inaccettabile l’avere consentito a una mummia di un recente ed opaco passato, Silvio Berlusconi, di scendere nuovamente in campo. Mala tempora currunt.
Benito Fiori
(benitofiori666@gmail.com)

Tangenziale di Piadena
Un chilometro all’ora di troppo: multato
Gentilissimo direttore,
pensavo che, quelle notizie da salotti televisivi, accadessero soltanto a pochi e sfortunati italiani. Poi all’improvviso, mi è stata consegnata una raccomandata e l’incantesimo si è rotto. Una violazione alle norme del Codice della strada mi ha convinto che i paradossi sono sempre in agguato. Dopo avere letto con attenzione la contestazione che mi veniva addebitata, ho capito quanto sia difficile restare insensibili alle sollecitazioni e anche all’ironia. Da qui il mio irrefrenabile bisogno di mettere a conoscenza i suoi lettori di quanto succede nel mondo della quotidianità. Attraverso quei meccanismi di rilevazione della velocità, un agente ha accertato che il mio veicolo circolava alla velocità di 76 chilometro orari e che ridotta di 5 chilometri (ai sensi della legge) è risultato superare di un chilometro il limite consentito dei 70. Questo succedeva nel tratto rettilineo della tangenziale di Piadena. Ho dedotto che la contravvenzione costa 56 euro al chilometro. Non le sembra un po’ cara?
Antonio Pizzoni
(Tornata)

E' nell’interesse di tutti
Ridare un futuro al mondo agricolo
Caro direttore,
ho letto con piacere ed ho apprezzato quanto scritto dal signor Danesi Antonio di S .Daniele Po in merito al lavoro dei campi ed alle grandi potenzialità, economiche e sociali, che questo mondo possiede e che, forse, non sono ancora del tutto conosciute. Sono ormai vicino agli ottanta ed avendo da sempre vissuto in campagna e fatto l’agricoltore, mi riconosco in molti dei passaggi, compreso il riferimento alle rogazioni quando, in processione, si andava verso i quattro punti cardinali per chiedere la protezione di Dio. Sentimenti e valori di grande spessore che da sempre, ma oggi in modo maggiormente pregnante, si accompagnano ad un risvolto più prosaico di sopravvivenza quasi giornaliera. Quando, nei primi anni ’60, sono entrato nell’azienda di famiglia, avevo il mondo a mia disposizione, potevo pensare in grande, c’era una legge (credo la 590 ) che facilitava, mettendo a disposizione i capitali necessari, il passaggio generazionale. Oggi non è più così e convengo, con il signor Danesi, che i molti giovani decisi a fermarsi od a tornare in agricoltura, trovano situazioni diverse e meno favorevoli. Rimane il fatto comunque che un mondo dei campi con prospettive meno aleatorie, con un reddito sufficiente a fronteggiare le spese, costituisce un fattore positivo per tutta la società. E proprio in funzione di questo interesse generale, penso che sarebbe auspicabile il proseguimento delle attenzioni da parte della politica ed il prevalere della tregua olimpica tra le forze sociali intermedie che si occupano di agricoltura.
Sandro Bertoni
(Cremona)

Dossier ‘Porta Po’
La Giunta tergiversa e rinvia la decisione
Signor direttore,
il mitico Claudio Fedeli – icona del cameratismo cremonese – interviene con taglio più polemico che storiografico in una discussione sulla condotta del generale Luigi Cadorna. Sarebbe facile stilare un lungo elenco di citazioni di Montanelli e Cervi al limite del sarcasmo su questa figura di militare ottocentesco. Ma penso che interessi a pochi ed occuperebbe troppo spazio. Vorrei invece esprimere pubblico apprezzamento alle pagine di Fulvio Stumpo sul quotidiano. Se me lo concede, vorrei anche affermare che la commissione toponomastica sta tergiversando, forse per aspettare le prossime elezioni comunali e lasciare il dossier ‘Porta Po’ in evidenza sul tavolo della prossima giunta. Rimane indiscutibile che questa piazza, insieme a Porta Milano e Porta Venezia, è sempre rimasta nel cuore dei cremonesi a prescindere dalle convenienze politiche precedenti o successive al 25 Luglio 1943.
Stefano Bandioli
(Castelvetro Piacentino)

Caravaggio prestato a Milano
Abbiamo capolavori impariamo a ‘venderli’
Gentilissimo direttore,
intrattengo lei ed i suoi lettori per testimoniarle quale sia la cappa di commiserazione ed apatia che avviluppa Cremona ed i cremonesi. Il giorno di Sant’Omobono mia moglie ed io abbiamo deciso di andare con amici a Milano a Palazzo Reale per vedere una delle mostre più importanti degli ultimi decenni: Caravaggio. No sto a descrivere la eccezionale caratura della mostra e degli oltre venti dipinti, di uno dei più grandi geni rivoluzionari dell’arte di ogni tempo. Le riferisco invece che nelle due ore trascorse incollato a pochi centimetri dalle opere, e con l’audio-guida all’orecchio, ho notato un particolare molto curioso. Le voci dell’audio guida hanno pronunciato una sola volta la parola ‘capolavoro’, guarda caso per il S. Francesco della Pinacoteca Ala Ponzone. E pensare che nella mostra sono presenti altrettanti capolavori assoluti, tra i quali la Maddalena convertita, uno dei soggetti più inutilmente imitati della storia. Tutto ciò la dice lunga sul tesoro incredibile che la nostra città può vantare; se penso che musei dispersi nelle zone più assurde del mondo riescono ad attrarre migliaia di visitatori con opere secondarie o a volte insignificanti, mi domando se non sia il caso di smetterla di piangersi addosso sui bassi flussi turistici e mettere in campo tutte le risorse possibili per far si che il nostro Caravaggio diventi il fulcro, la meta principale di visite turistiche, esaltandone le eccezionalità pittoriche (come recita l’audio guida) tra le quali il probabile autoritratto, la datazione pressoché certa e la cornice coeva con lo stemma degli Ala.
Massimo Mazzoran
(Persichello)

Il nodo dei migranti
No allo Ius Soli. Saremmo invasi
Signor direttore
stanco e schifato dalle solite dichiarazioni dei buonisti di turno che ora si appellano alle dichiarazioni dell’Onu sulla mancanza di sensibilità degli italiani sul tema delle immigrazione. Quanti di questi si sentono di ospitare a casa loro i migranti e non sul conto spese degli altri cittadini? Ogni giorno i migranti arrivano, quasi tutti belli in carne e single, a nostre spese. Nei centri di accoglienza e negli alberghi non c’è posto per gli italiani che dormono in auto, per loro sì. C’è un grande business dietro gli arrivi, anche a scapito degli italiani perché a fronte di nuova manodopera a bassi costi, diminuiscono i redditi dei nostri lavoratori. Pensiamo ai nostri figli e nipoti che di futuro non ne hanno, piuttosto. Fare i soliti buonisti è cosa facile, ipocrita e demagogica. Quanto male fanno questi buonisti agli italiani che vivono in situazione di disagio, visto che il lenzuolo della finanza di Stato lo tiri da una parte e lo scopri dall’altra? Ricordo il proclama all’occidente del presidente algerino Houari Boumédiène nel 1974 dal podio delle Nazioni Unite: «Un giorno milioni di uomini lasceranno l’emisfero sud per fare irruzione nell'emisfero nord. E non in modo amichevole. Verranno per conquistarlo, e lo conquisteranno popolandolo con i loro figli. È il ventre delle nostre donne che ci darà la vittoria». Quel giorno è arrivato. Intanto buffoni e incapaci predicano il fertility day e ci chiedono di fare più figli. Ma come? Il 38% dei nostri giovani sono disoccupati, vivono alla giornata, senza futuro. Figuratevi i nostri nipoti! Mi auguro una rivolta popolare contro lo ius soli, altro che opera di civiltà, arriverebbero barconi pieni di donne gravide. Vi sentite davvero già pronti a lasciare la vostra terra e andarvi a rinchiudere nelle riserve? Italiani, giovani in particolare, ribellatevi. Non rinunciate mai all’ultima speranza, sarebbe la più terribile delle sensazioni.
Ettore Manes
(Cremona)