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Domenica 19 Novembre 2017

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19 ottobre

Lettere al Direttore (1)

IL CASO
Col referendum regionale lombardo si vuole danneggiare ancor più il Sud
Egregio direttore,
vorrei soffermarmi un po’ sul referendum proposto dalla Regione Lombardia e voluto dal suo presidente. Vuole constatare qual è il gradimento sulla sua persona? La Lombardia ha già un’ampia autonomia, in una nazione coesa questi egoismi non dovrebbero esistere. Danneggiamo vieppiù il Sud?
Non è bastato lo scempio che he hanno fatto i piemontesi depauperando le sue ricchezze? Voglio inoltre ricordare a Maroni che il Sud ha subìto una invasione non richiesta né voluta con decine di migliaia di morti. Se aveva 30 milioni di euro da spendere, poteva monitorare tutti i ponti e ponticelli della Lombardia e fare in modo che i comuni o l’Anas intervenissero.
Se non avevano fondi — e la Regione li aveva, come dimostra lo sperpero per questo referendum — li elargiva ai comuni bisognosi di fare manutenzione. Per cui non deve prendere per i fondelli i cittadini, visto che in ogni caso deve essere il governo ad autorizzare una rimessa maggiore per la Regione. Perché non si autotassano i consiglieri regionali? Rinunciassero ad un duemila euro di stipendi al mese, avremmo ulteriori fondi. Benzina, trasferte, cene di rappresentanza: che se li paghino loro senza farsi propaganda con i soldi dei cittadini. Siamo stufi di sentire str... frasi fatte. Sono meritevoli di calci nel tergo e qui mi fermo. Non andrò a votare una richiesta inutile.
Domenico De Lorenzo
(Cremona)

Lei è libero di non votare e di invitare chi vuole a fare altrettanto ma non può dire cose non vere. Non è vero che la Lombardia ha già un’autonomia sufficiente e non è vero che si danneggerebbe il Meridione concedendo in toto o in parte il residuo fiscale alla nostra Regione. I mali del Sud dipendono da varie cause, sicuramente non dal Nord che ne paga in buona parte le conseguenze.

LA POLEMICA
Distribuzione ospedaliera dei farmaci, risparmi da dimorare
Egregio direttore,
con riferimento all’articolo pubblicato il 13 ottobre a pagina 9 (‘Farmaci e ospedale. Cambia la distribuzione’), come farmacista territoriale rurale vorrei fare alcune osservazioni ed alcuni confronti. La distribuzione diretta di farmaci è prevista sia per ragioni farmacologiche (se si tratta di farmaci che presentano criticità e richiedono un attento monitoraggio da parte dell’ospedale), sia per ragioni economiche, poiché l’ospedale, per legge, acquista con sconti più elevati. Nel primo caso, niente da dire.
Nel secondo qualche osservazione è opportuna. Rilevo infatti che in ospedale l’orario previsto per il ritiro da parte dei pazienti interni ed esterni è di sole 25 ore settimanali, che in 10 mesi sono stati consegnati in media 3,9 farmaci a paziente, che lo staff in servizio è composto da 9 persone, che ognuna di esse ha perciò consegnato in media 1.260 farmaci nei 10 mesi. Considerato il costo medio mensile di ogni assunto in 3.000,00 di euro si avrebbe una spesa per il personale di 270.000,00 euro. Non vedo il distintivo dell’Ordine sul camice del personale. Strano, perché i farmaci vanno consegnati da farmacisti. Le farmacie territoriali, al contrario, prestano servizio 24 ore al giorno per 365 giorni all’anno, grazie al calendario dei turni. Quelle non di turno sono aperte almeno 50 ore settimanali.
Rilevo che dall’inizio dell’anno, nello stesso periodo, sono stati esitati in ogni farmacia cremonese non meno di 60.000 farmaci in regime di Servizio sanitario nazionale, che il costo del personale delle farmacie private non è a carico della Pubblica amministrazione, che i cittadini ed i pazienti trovano facilmente una comoda farmacia vicina alla loro residenza, anche nei piccoli comuni isolati. Facendo i debiti confronti è tutto da dimostrare che la distribuzione diretta ospedaliera generi risparmi per la Pubblica amministrazione, pur con margini di acquisto superiori.
Se poi ai costi della gestione ospedaliera si aggiungono quelli dei pazienti che devono recarsi all'Ospedale, magari da parecchi chilometri di distanza, la perdita di tempo, a volte valutabile in mezze giornate, ed il disagio degli stessi, diventa difficile sostenere che al centro del servizio di distribuzioni diretta ospedaliera vi sia il cittadino, ma, dai dati evidenziati, si è di fronte ad un autentico, inutile e costoso disservizio rispetto a quello svolto dalle farmacie territoriali.
Maurizio Vecchia
(farmacista di Ripalta Cremasca)

Linea Più/1.
Ho avuto ascolto. Problema risolto
Egregio direttore
innanzitutto la ringrazio per la solerzia nel pubblicare la mia lettera di disappunto nei confronti di Linea Più e per la solidarietà mostratami. Le scrivo inoltre perché quel «poco gratificante» episodio ha fatto un importante passo avanti verso una amichevole chiusura. Infatti sono stato contattato da Linea Più per prendere appuntamento. Arrivato in sede sono stato accolto dal signor Siboni, presidente di Aem. La conversazione è stata fin da subito serena ed ognuno ha ammesso le proprie responsabilità. Ci siamo lasciati con una stretta di mano e, inaspettatamente, mi ha comunicato che Aem si prenderà carico della riparazione della porta. Non mi resta che ringraziare tutti coloro che mi hanno espresso la loro solidarietà e il vostro quotidiano per lo spazio dedicatomi. Mi auguro inoltre che simili malintesi non accadano più in futuro (ovviamente questo vale anche per la mia reazione eccessiva).
Mauro Bernardi
(Cremona)

Linea Più/2.
I cittadini protestano e loro tacciono
Egregio direttore,
il 6 ottobre 2017 il giornale ha gentilmente pubblicato una mia lettera nella quale esprimevo alcune considerazioni con conseguenti richieste di chiarimenti a Linea Più, sempre più oggetto di lamentele degli utenti/clienti. Se non mi è sfuggito qualcosa, Linea Più non s’è più fatta sentire. Nessuno è obbligato a rispondere, è ovvio, ma come si suole dire: chiedere è lecito, rispondere cortesia. Ecco, cortesia appunto. Di solito quando un ente non risponde lo fa per tre motivi. 1) Supponenza: ‘ma cosa vuole questo qua, se dovessimo rispondere a tutti staremmo freschi, dovremmo avere un ufficio apposta’. Di solito infatti le Aziende ce l’hanno, si chiama Ufficio Rapporti con la Clientela, Servizio Clienti, Ufficio Stampa o qualcosa del genere. 2) Disorganizzazione sciatta: ‘deve rispondere il direttore generale, no, spetta a un funzionario, no, è il dirigente e alla fine nessuno risponde perché toccava a un altro farlo. 3) Non si sa cosa rispondere? ‘E adesso cosa diciamo a chi ci fa notare che abbiamo speso un sacco di soldi per cambiare i contatori in telelettura e continuiamo a mandar bollette in conguaglio una volta l’anno? Aspettiamo, facciamo passare un po’ di tempo e tutto cadrà nel dimenticatoio. Aggiungerei quanto segue. E’ pur vero che l’Autorità per l’Energia concede di poter procedere ad ‘almeno’ una lettura del contatore all’anno, ma come requisito minimo. Se come dice nella risposta del giorno 5 ottobre (per altro argomento) «Linea Più è sempre attenta alle esigenze dei propri clienti e del territorio servito», nulla le vieta di procedere alle letture ‘almeno’ due, ‘almeno’ tre, ‘almeno’ quattro volte l’anno, specie se il contatore ‘si legge da sè’. Per di più mi era sfuggito che il week end stabilito da Linea Più per la comunicazione dell’autolettura degli Utenti/Clienti è pure quello di Ognissanti, per cui ancor più particolare, roba da ponte e vacanze insomma? A pensar male si fa peccato, ma il dubbio che la scelta non sia casuale per ‘stimolare’ alla distrazione, si rafforza.
Max Petrone
(Cremona)

Il rosario di don Baronio
Sbagliato trarne letture politiche
Egregio direttore,
la vicenda del rosario definito semplicisticamente ‘anti-islam’, indetto dal sacerdote don Ottorino Baronio di Vicomoscano, ha sollevato polemiche e stimolato qualche bizzarro intervento. Leggo per esempio su queste pagine, in data 16 ottobre, una lettera vergata dal signor Licio D’Avossa che se la prende con il sacerdote per l’approvazione e il sostegno espressi nei confronti della sua iniziativa da Forza Nuova. Neanche che quel sostegno l’avesse richiesto don Baronio. Di grazia, qual è l’imperscrutabile ratio sottesa a questo ragionamento? Forse il sacerdote dovrebbe, prima di prendere una decisione, sapere se questa o quella forza politica potrebbe essere favorevole o contraria e comportarsi quindi di conseguenza? Spieghi inoltre il lettore se per caso tutti i religiosi che, per esempio, sono favorevoli a spalancare sine die le porte all’immigrazione hanno valutato il fatto che tale posizione corrisponde perfettamente a quella di tutti gli estremisti di sinistra, centri sociali compresi, e se ne hanno tenuto conto nei loro sermoni. Invito inoltre il signor D’Avossa a leggersi bene le motivazioni espresse da don Baronio. Potrebbe così finanche capirne il significato ed evitare di pronunciare - lui sì - frasi da talebano, come quella in cui, facendo sfoggio di protervia fascista, invita il sacerdote ad abbandonare l’abito talare.
S. M.
(Cremona)

Alla serata con Bartolo
Quelle lacrime di un immigrato
Signor direttore
auditorium Acli di Cremona gremito, le poltroncine sono occupate da diversi immigrati di colore, per di più giovanissimi. L’occasione ci viene data dall’incontro con il dottor Pietro Bartolo lampedusano, malato d’accoglienza di quei tanti migranti che sbarcano quotidianamente sull’isola. Parla alla platea senza mai alzare la voce, suadente, delicato, pacato. Ne hanno viste di tutti i colori. Protagonista di ‘Fuocoammare’, il documentario di Gianfranco Rosi premiato con l’Orso d’oro. Ci snocciola fatti, avvenimenti, situazioni al limite della sopravvivenza. E ce li descrive con così tanta accuratezza da struggerti il cuore. Ma come è possibile maltrattare così disumanamente esseri umani? Per di più infierire su donne, giovani, bambini, con crudeltà, atrocità, sevizie? E ti parla di accoglienza, di salvataggi di esseri umani al limite della sopravvivenza, di donne disperate che partoriscono in condizioni disumane. Ad un certo punto proietta l’immagine di un cordone ombelicale appena reciso durante un parto ad una giovane donna di colore. Lorda di sangue. Sembra che ti ammonisca, ti richiami ad una realtà che parecchi di noi non intendono accettare: «Vedete, quel cordone è sporco di sangue, un sangue di colore rosso vivo, come il vostro, come il nostro». Gelo in platea. Rifletti. Poi proietta l’immagine di alcuni giovanissimi migranti tenuti segregati durante il viaggio nella stiva di una fatiscente imbarcazione. Improvviso nella sala scoppia un pianto, a dirotto. Singhiozzi di disperazione, un pianto inarrestabile. Ed un giovanissimo di colore si alza dalla sua poltroncina e se ne esce senza riuscire a frenare quel suo sfogo. Lui, quel ragazzo più che bambino, magari c’era, magari tutto ha veduto? Pietro, il medico, continua con le sue testimonianze, non si arresta. Chissà quante volte ha assistito a questi pianti. Dopo poco quel giovane rientra in sala, si siede composto. Vuole assistere ancora, nonostante tutto, a quelle tremende visioni. Che pensieri saranno passati nella mente di quel ragazzo, e di tutti gli altri ragazzi di colore in quella sala?
Giorgino Carnevali
(Cremona)

Germania e neonazisti
Gli estremisti fanno lega comune
Egregio direttore,
l’unione fa la forza. Dalla riunificazione della Germania è sempre accaduto che i neonazisti abbiano incrementato i propri voti. Nostalgici e compagni dell’est, da perfetti collaborazionisti, si sono aggiunti ai primi rafforzandone le fila. Ora superata, ampiamente, la soglia del 5%, sono entrati in Parlamento. Come dire che, sempre più spesso, gli estremisti sono destinati a far lega comune.
Massimo Rizzi
(Cremona)