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Venerdì 17 Agosto 2018

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CREMA. LUNEDIì 29 GENNAIO 2018 ALLE 20,45 AL TEATRO SAN DOMENICO

Meo Sacchetti ospite del Caffè Letterario

Presenta il libro 'Il mio basket è di chi lo gioca'

Meo Sacchetti ospite del Caffè Letterario

Meo Sacchetti

dal 29/01/2018

al 29/01/2018

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CREMA - Il Caffè Letterario ospita lunedì 29 gennaio 2018 alle 20,45, al Teatro San Domenico, Meo Sacchetti, allenatore della Vanoli Basket e commissario tecnico della nazionale maschile italiana. Sacchetti presenta il suo libro Il mio basket è di chi lo gioca e sarà intervistato da Daniele Duchi, giornalista del quotidiano La Provincia di Cremona e Crema.

La serata è a ingresso libero e sarà accompagnata dalla musica degli Imparerock dell'Istituto Folcioni.

Da un campo profughi ad Altamura al vertice del basket italiano: è stata fuori dagli schemi la vita di Meo Sacchetti. Un personaggio al quale, per usare parole sue, «la vita molto presto mi ha detto 'arrangiati'». E lui, come si vede dalla sua lunga e brillante carriera nel mondo dello sport, si è arrangiato molto bene. Ha vinto molto, ma, come spiega, «non ci sono trofei appesi nel salotto di casa mia. Non mi è mai piaciuto esibirli, né ostentarli. Li custodisco altrove, nella memoria. Lo faccio anche perché non sono soltanto miei: appartengono a tutti i compagni con cui ho giocato, ma soprattutto ai tifosi. A tutta l'Italia se si tratta di vittorie ottenute con la Nazionale. Mi piace essere solo Meo Sacchetti, nulla di più: la persona che sono, al di là di quello che sono stato come giocatore e come allenatore».

Sacchetti ripercorre la propria storia nel libro autobiografico Il mio basket è di chi lo gioca, scritto in collaborazione con Nando Mura e pubblicato da Add. Intervistato dal giornalista sportivo de La Provincia Daniele Duchi, Sacchetti presenterà il libro lunedì 29 gennaio al teatro San Domenico di Crema, con inizio alle 20,45 e ingresso libero. La serata vedrà l'accompagnamento musicale degli allievi della classe Imparerock del civico istituto Folcioni, che eseguiranno brani sei Beatles, il gruppo preferito da Sacchetti.

Anche questa serata è resa possibile grazie al fondamentale contributo degli sponsor che sostengono l'attività del Caffé Letterario di Crema: Associazione Popolare di Crema per il territorio, Banca Cremasca, Fapes di Sergnano, Comitato Soci Coop di Crema, libreria Il Viaggiatore curioso di Crema, Icas di Crema, il quotidiano La Provincia di Cremona e Crema e, naturalmente, la Fondazione San Domenico che ospita gli appuntamenti.

Sacchetti è uno dei giocatori di basket più celebri in Italia. «Sono stato un ragazzo senza talento che ha lavorato molto», dice di sé. Pilastro della Nazionale che nel 1980 ha vinto la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Mosca e nel 1983 l’oro agli europei, Meo ha segnato la pallacanestro italiana giocando a Bologna, Torino e Varese. Poi, dopo un grave infortunio, la svolta e l’inizio di una straordinaria carriera da allenatore che lo ha portato a vincere Coppa Italia, Supercoppa e Scudetto con la Dinamo Sassari. Un triplete forse irripetibile per una squadra provinciale e il primo grande trionfo del basket sardo. Con il valore aggiunto della gioia di condividere lo scudetto con il figlio giocatore.

Ma Sacchetti è molto di più che uno sportivo: personaggio spumeggiante, diretto nei modi e capace di sorprendere tifosi e addetti ai lavori con la sua schiettezza e simpatia. Il suo è un basket frizzante, fatto di corsa, tiro, fantasia, in cui i giocatori sono chiamati a esprimere liberamente le loro qualità.

Nato ad Altamura in un campo profughi, la vita di Meo non è stata sempre facile; orfano di padre, Sacchetti ha dovuto farsi largo per trovare il proprio posto nello sport come nella vita. Per un caso della sorte, ha esordito come ct della Nazionale nella 'sua' Romania. Disse in un'intervista e scrive nel libro: «Io sono l'unico della famiglia a essere nato in Italia». La sua è una storia di immigrazione al contrario. La sua famiglia a metà 800 lasciò l'Italia: «I miei bisnonni partirono per cercare lavoro e lo trovarono nelle cave della Romania. Si chiamavano Sachet, non Sacchetti; i nonni di mio padre Pietro arrivarono dal Bellunese, quelli di mia madre Caterina, che di cognome facevano Stefani, erano del Trentino». Le radici patriarcali affondano a Castellavazzo, che sarebbe diventata tristemente nota negli anni '60 per la tragedia del Vajont: «Erano tutti esperti nel lavorare il porfido, bravissimi nel fare i sampietrini; e in Romania di lavoro ce n'era molto». Ed è lì che papà Pietro s'innamora di mamma Caterina e dove nascono Francesco, Gilda e Virginia, i fratelli maggiori di Meo. Oggi Virginia non c'è più, proprio come Romeo: «Sì, perché prima di me c'era stato un altro Romeo: nacque negli anni '40 in Romania, in una casa sui monti, ma si ammalò e se ne andò in paradiso. Poi, finita la Seconda guerra mondiale, la mia famiglia fu costretta a decidere di tornare in Italia, e quando mia mamma rimase di nuovo incinta era ineluttabile che mi chiamassi Romeo. Se non fosse morto Romeo, oggi non ci sarei io; mi ha sempre fatto riflettere».

Meo nasce nel campo profughi di Altamura il 20 agosto 1953 e farà appena in tempo a conoscere papà, che muore sei mesi dopo la sua nascita. A quel punto, mamma decide di spostarsi al nord, a Novara: «Ricordo che da piccolo, quando facevo qualche marachella, mamma mi insultava in romeno». Da lì è iniziata la sua avventura.