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Martedì 19 Settembre 2017

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Gomorra - recensione serie TV

Gomorra - recensione serie TV
Simone Marcocchi

Simone Marcocchi

Biografia Atterrato su questo mondo, con in mano un joystick collegato ad un Commodore 64, Simone Marcocchi prova a leggere la vita attraverso la passione per i videogiochi, il cinema e le tecnologie. Attualmente si occupa di marketing IT e web, ha collaborato con la testata Eurogamer.it, si è occupato di tecnologia per la rivista V+ e collabora con Multiplayer.it LinkedIn: /simonemarcocchimedia Twitter: @SimoneMarcocchi

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Gomorra sarà la serie tv evento dell'anno, per quanto non sia ancora finito, nel mio personalissimo immaginario, non proviene oltre oceano, dalla fabbrica dei sogni di una hollywood milionaria, ma è italiana, finalmente.


 

Ammetto che non amo per niente che in Italia non si possa fare corti o lungo metraggi d'azione o di qualità senza per forza dover tirar fuori la mafia (o la camorra), dopo che queste hanno realmente invaso ogni tipo di media per intere generazioni, mescolando ciò che è davvero banale, a ciò che purtroppo invade con prepotenza molti telegiornali ogni giorno con una triste realtà.


Eppure vi sfido, anche se prevenuti, a non rimanere con il fiato sospeso dopo le prime immagini di Gomorra, una produzione poco più che indipendente, ma che dal cinema americano strappa i "tecnicismi" (soprattutto nella inusuale scelta vincente della recitazione più dosata e calbrata, a differenza di quella orripilante francese e delle duemila parole al secondo, errore nel quale cadono spesso anche i nostri registi) che riescono a dare spessore ad una trama fitta di colpi di scena e rendere ancora più credibili i personaggi, per i quali vi odierete quando penserete di amarli nella lora orribile esistenza.


E' un dipinto malinconico, in cui la colonna sonora dei Mokadelic sottolinea l’humus magistralmente, in una notte silenziosa ed infinita, dove i personaggi, come il killer Ciro l'immortale, il camaleontico Genny, il perfetto boss Pietro Savastano, l’algida Donna Imma (e così via), nuotano come immersi nel fango, nel quale annaspano, sopravvivono fino a quando non affogano, perchè per loro non esiste né la redenzione, né la possibilità di tornare indietro. Sono i bellissimi filtri a colorare una fotografia perfetta nelle luci soffuse, che rende la regia qualcosa che va oltre il lato artistico e la macchina da presa diventa l'occhio umano dello spettatore che teme prima o poi che qualcuno gli punti una pistola e il proiettile attraversi lo schermo. Ogni personaggio è un "vinto", come avrebbe tratteggiato Verga.. Nella meravigliosa sceneggiatura chi "sale" poi scende più velocemente, chi si arricchisce non riesce ad assaporare nulla della propria fortuna, accumulata con il sangue, per goderne appieno i frutti. E' un concerto di emozioni, per uno spettacolo triste che, purtroppo, è così reale. Se in America è bello sognare con i mostri e la violenza artificiale, intendendo il tutto come una valvola di sfogo, nella cui finzione si trova facilmente l'uscita di emergenza, in questo caso si sa che c'è poco di artificioso.


Lo spettatore sente le proprie mani insanguinate quando si innamora di un "bad boy" e se con Breaking Bad la cosa risulta più facile, nell'impossibilità che ciò avvenga davvero, qui stupisce  per come il male assuma fascino e orrore nello stesso modo.


Nella speranza che il nostro paese riscopra le proprie origini, di chi faceva scuola di cinema in tutto il mondo, auspico che questa esperienza sia solo l'inizio, non solo di questa serie che ha dimostrato che la qualità non sempre ha bisogno di budget titanici, anzi, ma soprattutto che ci siano altre esperienze nostrane, magari con temi differenti.

30 Giugno 2014