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Sabato 21 Luglio 2018

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Ash of Gods - recensione

Ash of Gods - recensione
Simone Marcocchi

Simone Marcocchi

Biografia Atterrato su questo mondo, con in mano un joystick collegato ad un Commodore 64, Simone Marcocchi prova a leggere la vita attraverso la passione per i videogiochi, il cinema e le tecnologie. Attualmente si occupa di marketing IT e web, ha collaborato con la testata Eurogamer.it, si è occupato di tecnologia per la rivista V+ e collabora con Multiplayer.it LinkedIn: /simonemarcocchimedia Twitter: @SimoneMarcocchi

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Ci sono molti modi diversi di raccontare una storia, eppure ogni volta che si tenta di farlo in un videogame, generalmente, si tenta di attingere da quel mondo infinito di fantasia che è proprio Dungeons & Dragons. La narrazione è quello strumento che invita la persona ad immedesimarsi in una scena, calarsi in un personaggio, aderire o contrastare quella situazione in cui spesso si viene lasciati apparentemente senza una via d’uscita ma, ancora più importante, si può diventare ciò che si vuole, se si pensa di esserlo.

Tutto questo può sembrare una curiosa introduzione, ma ArumDust sceglie questo sistema per farci vestire i panni del/dei protagonisti di una vicenda in continuo mutamento di situazioni, in cui, come nella vita e, soprattutto, nella guerra, tutti sono importanti, nessuno è fondamentale e l’esistenza è appesa ad un esile filo che potrebbe rompersi in qualsiasi momento.
I Mietitori sono tornati!

Risvegliare gli dèi dormienti è il loro scopo e per farlo vogliono far annegare l’umanità nello stesso sangue di coloro che abitano il pianeta. Una storia, una leggenda, dicerie, certo come ogni cosa che attraversa i secoli, perde in parte la propria intensità e realismo, diventando quasi una favola per bambini per coloro che nemmeno ricordano più come è nato tutto questo o i cui ricordi sono rimasti sbiaditi nella nebbia del tempo.

Eppure non tutto è perduto per gli uomini ma, soprattutto, esiste ancora uno dei sopravvissuti di coloro che hanno provato a contrastare questa minaccia, riuscendovi in parte e sopravvivendo (nonostante avesse tentato anch’egli di immolarsi) e ora vaga come un fantasma in mezzo alle varie civiltà che hanno ricostruito le proprie vite. Si inizia proprio da questa visione, dalla percezione che i Mietitori siano tornati e per questo ne cercherà gli indizi - in realtà anche fin troppo chiari, visto che basta seguire la scia di morti -, per compiere infine il dovere a cui non aveva ottemperato a suo tempo.

I veri protagonisti però sono altri, sono tre, ma non solo, ogni membro della vostra squadra è qualcuno che imparerete a conoscere e che diventerà parte della vostra famiglia… ma potreste dover essere costretti ad imparare a perdere qualcuno, proprio perché, come ho detto sopra, nessuno, proprio nessuno è indispensabile.

UNA GRANDE STORIA…
Se per qualcuno, come il sottoscritto, i dialoghi sono spesso intesi come collante tra le battaglie, con Ash of Gods rivestono invece un ruolo fondamentale, quindi salutiamo con gioia la traduzione dei testi nel nostro idioma per almeno due ragioni; la prima è la possibilità di seguire una storia molto bella e originale, la seconda è che, proprio come in un gioco carta-e-penna potreste voler far prendere decisioni, anche importanti o anche mini-azioni come penetrare in un luogo o ispezionare accampamenti, scoprendo cosa potrebbe accadere come se un “master” ve lo raccontasse e ne subiste le conseguenze o ve ne giovaste dei risultati.

Il combattimento inizia su una griglia in cui scegliere in quale posizione piazzare le vostre pedine, guardando anche le carte che nel corso del gioco potrete ampliare e che si “bruceranno” dopo un utilizzo, per poi tornare ad essere usabili nello scontro successivo. L’uso di una di queste riempie anche un turno, quindi la tattica giusta sarà anche quella di dosarne l’utilizzo e farlo nei momenti più opportuni. La difficoltà resta molto alta, come The Banner Saga e gli errori possono costare pesantemente la vita ad un vostro elemento, anche fondamentale, per quanto l’idea (prendetela con le molle) è quella di Fire Emblem, con la differenza che in questo caso la difficoltà è decisamente molto più ostica, ma risulta più che divertente sbagliare e ricominciare, anche perché gli scontri non sono così lunghi da farvi perdere ore intere, senza contare che è davvero ben congeniato e diversificato in ciascuna battaglia. Il vostro party aumenterà nel tempo, inoltre i membri godranno di un aumento di livello e relativi bonus, oltre ad oggettistica di vario tipo che potrà migliorare le caratteristiche dell’equipaggiamento.

CONSIDERAZIONI FINALI
Il gioco si presenta come una variante di The Banner Saga. Comunque gli sviluppatori la vogliano mettere l’idea è esattamente quella, anche se cambia, ovviamente, lo stile di combattimento, per quanto sia comunque simile, anche se il sistema di dialoghi è decisamente più avanzato. Questi ultimi sono davvero ben fatti: crudi, cinici ed immersivi. Le battaglie differiscono dal gioco ispiratore, ma sono comunque da considerarsi hardcore, con una griglia-scacchiera in cui posizionare i propri personaggi, per poi “liberarli” in attacco e vedere in che modo le loro azioni possono avere un riscontro positivo o meno in battaglia, considerando che la morte di un personaggio è definitiva. L’uso delle carte deve essere dosato e calibrato, una volta che ne viene usata una infatti si perde il turno e passa agli avversari, quindi è giusto tenere molte cose in considerazione, prima di prendere una scelta, ma nel complesso è bilanciato e sicuramente irrinunciabile.

PRO
- molto impegnativo
- ottima storia ed interazione con i vari personaggi di quest’ultima
- le carte aggiungono un elemento in più alla strategia scacchieristica

CONTRO
- con gli arcieri non si vede la destinazione, una volta puntato il bersaglio e il successivo spostamento della pedina
- graficamente poteva essere un po’ più “pulito” mettendo ogni dettaglio al massimo si vede “grana” di pixel
- si sente un po’ troppo l’effetto clone di The Banner Saga

VOTO: 8.5

15 Giugno 2018