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Sabato 10 Dicembre 2016

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'La leggera' di Marco Rovelli. La cultura popolare tra passato, presente e futuro

'La leggera' di Marco Rovelli. La cultura popolare tra passato, presente e futuro
Fabio Guerreschi

Fabio Guerreschi

Biografia

Fabio Guerreschi è laureto in sociologia all’Università di Trento ed è un giornalista del quotidiano ‘La Provincia’ di Cremona. E’ appassionato di metal, rock, blues e… dintorni, di fantascienza e di letteratura americana. Mail: fabio.guerreschi26@gmail.com Facebook: https://www.facebook.com/profile.php?id=100008920786679 Instagram: https://instagram.com/fabioguerreschi/

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La leggera (clicca qui per qualche foto dello spettacolo e qui per un breve video) è approdata dalle nostre parti (il 21 marzo 2015), con l’anima della Toscana popolare, tra lavoro e rivendicazioni, lotte e osterie, vino e campagna, Dante Alighieri e le rime in ottave improvvisati dagli antichi cantori di una tradizione che fondeva e abbatteva le barriere in una semplice, arguta e ficcante ‘ottava’: Uno strumento di rara efficacia che riassumeva un intero mondo e un intero modo di vivere e pensare. Un’arma pacifica e ‘tagliente’ per chiedere una vita migliore e più giusta, per esprimere sentimenti e stati d’animo.

 

PRIMA…

 

Intervista a Marco Rovelli uscita su ‘La Provincia’ venerdì 20 marzo 2015.

 

DRIZZONA — L’anima della Toscana popolare in canto è il sottotitolo dello spettacolo La Leggera che Marco Rovelli porterà in scena domani sera alle 21 alla festa della Lega della Cultura di Piadena a Pontirolo di Drizzona. Un recital tra musica e recitazione per raccontare la vita, i valori e le rivendicazioni di un’intera classe sociale, i contadini e i carbonai, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Rovelli – alla sua prima apparizione in provincia di Cremona – da anni si dedica, come musicista e come ricercatore, alla scoperta e alla valorizzazione della cultura popolare. «Sono i canti della tradizione culturale popolare — dice Rovelli — scoperti o riscoperti da Caterina Bueno girando la Toscana tra cascine, borghi e osterie. Con Caterina, scomparsa nel 2007, ero molto amico ed è lei che mi ha fatto apprezzare e amare il canto popolare. Lo spettacolo è ispirato anche ad altri due personaggi molto importanti della tradizione popolare: Carlo Monni, un vero e proprio punto di riferimento per la poesia popolare, e Altamante Logli, geniale improvvisatore in ottava rima e per uno scherzo del destino morto anche lui nel 2007».

 

Quali sono i messaggi e i valori che trasmette il recital?

 

«La cultura popolare è molto complessa perché rappresenta un mondo che racconta se stesso e lo spettacolo contiene canti d’amore, di lavoro, di lotta e canti anarchici. Direi che i tre focus di La leggera sono proprio amore, lavoro e lotta. Tutto questo si esprime attraverso e grazie alle diverse forme di canto come le ‘serenate’, i ‘maggi’, i ‘rispetti’, ricchi di variazioni territoriali. I maggi, per esempio, differiscono molto da zona a zona. Nella Toscana settentrionale avevano la caratteristica di essere sceneggiati, mentre nella Toscana meridionale erano interpretati più come canti propiziatori».

 

Uno spettacolo di questo tipo possiede ancora una sua attualità?

 

«Sono temi attuali a partire dallo sguardo di chi lo legge. Il mondo della cultura è stato stravolto dalla società del consumismo. Non a caso è dagli Anni ‘60 che si raccolgono i canti popolari proprio per la consapevolezza che un certo mondo sta scomparendo, sta rapidamente declinando».

 

Che mondo era e che eredità ci ha lasciato?

 

«Era un mondo attaccato alla terra, radicato nella materialità delle cose e del lavoro, fatto di bisogni e di desideri. Erano contadini e carbonai che avevano capito la necessità del cambiamento e la strada che avevano intrapreso della cooperazione e dell’aiuto reciproco nasceva dalla necessità di migliorare la loro condizione sociale. Sapevano vivere in coro, proprio come i canti popolari che sono sempre corali, come lo sono, per esempio, i canti omerici. La coralità è forse l’aspetto che si è perso maggiormente. Oggi si tende all’individuo, alla creazione di comunità fittizie, cioè all’individuazione di un nemico per poter avere legittimazione e riconoscimento».

 

Lei è un esponente del pensiero libertario. Quali sono le nuove frontiere e c’è ancora la necessità di un pensiero di questo tipo?

 

«Il pensiero libertario oggi è minato e minacciato, però ogni potere genera la sua resistenza e movimenti come Occupy e gli Indignados dimostrano che la libertà è una strada che non è mai finita. Oggi si tende all’appiattimento e all’omologazione, ma c’è sempre il fuoco sotto la brace. La storia non finisce mai».

 

Tra pochi giorni esce il suo ultimo libro. Di cosa parla?

 

«Si intitola Eravamo come voi. Storie di ragazzi che scelsero di resistere e uscirà il 15 aprile per la casa editrice Laterza. Parla di una generazione che ha dovuto fare una scelta: la scelta esistenziale della Resistenza. Sono testimonianze di persone che oggi hanno tra gli 86 e i 93 anni e che all’epoca ne avevano tra i 14 e i 23. Erano inconsapevoli, erano nati e cresciuti nel Fascismo e non immaginavano l’esistenza di mondi nuovi e diversi dal loro. Poi si trovarono davanti la necessità di fare una scelta. E il libro si concentra proprio su questo aspetto: il momento della scelta. Molti divennero partigiani per un groviglio di motivi ideologici, personali, di opportunità. Ma quello che vorrei far emergere dal libro è che oggi l’insegnamento più grande della Resistenza è l’aspetto etico e non politico. Una aspetto etico basato sulla scelta e sulla responsabilità, che sono i termini chiavi su cui è costruita la narrazione del volume».

 

Ci sono altri progetti in cantiere?

 

«Ieri è uscito il mio ultimo disco che si intitola Tutto inizia sempre. Sono canzoni mie che parlano di amore e utopia, della tensione che si crea tra queste due forze, una tensione che mira a un traguardo superiore. E’ un viaggio con tante sfaccettature e a differenza dell’album precedente LibertAria — che aveva un’attitudine rock — questo è acustico con chitarra, violoncello e pianoforte che fanno da tappeto sonoro per raccontare queste storie e queste canzoni: una, per esempio, è dedicata a don Andrea Gallo, un’altra si ispira a Don Chisciotte, personaggio che rincorre un ideale e che non si fa abbattere da nulla. Con me ci sono Rocco Marchi alla chitarra, piano e synth, Paolo Capodacqua alla chitarra, Lara Vecoli al violoncello e Francesca Baccolini al contrabbasso. Chi fosse interessato all’acquisto lo può trovare anche sul mio sito www.marcorovelli.it e anche a Piadena credo che ne porterò qualche copia».

 

Conosce la festa della Lega della Cultura di Piadena?

 

«Certamente, ci sono stato diverse volte per diletto. E’ una grande festa dove il piacere dello stare insieme e di sentire canti nuovi sono il motivo per cui uno decide di andarci».

 

… E DOPO

 

Uno spettacolo intenso, vibrante e coinvolgente dove Rovelli – one-man-show – riesce a mantenere alti ritmi e tempi, senza mai abbassare i toni di una narrazione avvincente e avvolgente. Rovelli intinge il pennello nei colori più vivaci per ricavare una tela a tinte forti, uno spaccato di vita quotidiana dove si incrociano tutte le percezioni del mondo dei contadini e dei carbonai: l’amore, la passione, il lavoro, le lotte e le sofferenze di un’esistenza difficile. Qualcuno aveva deciso che queste persone dovevano essere gli ‘ultimi della classe’ e agiva – in tutti i modi - per mantenerli così. Ma il canto e la poesia possono essere una miscela esplosiva, forse possono cambiare il mondo. Qualcuno ci ha provato: i contadini e i carbonai della Toscana sono tra questi.

19 Aprile 2015

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