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Lunedì 15 Ottobre 2018

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TEATRALIA

Orestea di Anagoor alla Biennale

Il mito, la morte e l'Occidente

Orestea di Anagoor alla Biennale

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Venezia il primo appuntamento della Biennale di Antonio Latella, atto secondo, ha subito messo a dura prova il pubblico con l'Orestea di Anagoor, quattro ore in cui mito, filosofia e immagini si fondono in un rito un po' calligrafico e didascalico, ma non privo di fascino. L’Orestea di Anagoor, un azzardo drammaturgico, un magmatico materiale pensante agito in scena.

Simone Derai e Marco Menegoni con la loro compagnia orchestrano il racconto eschileo di Agamennone, Schiavi, Conversio infarcendo la vicenda del mito degli Atridi con pensieri, parole, testi altri, con la prosa delfinca di Emanuele Severino, con filmati che costruiscono altrovi possibili, suggeriscono metafore, sembrano aprire vie di uscita o semplicemente confermano la consapevolezza della fine e del divenire.

In quel rettangolo sgombro si palesano non solo gli attori/officianti del rito, ma gli oggetti: un capro, sacrificio di Ifigenia, scandalo della violenza del sacro, la lana di un vello non d’oro ma intriso di sangue e violenza: la guerra di Troia, la vestizione di Clitemnestra a sua volta sacerdotessa che ricorda la Medea pasoliniana o certi mosaici ravennati, i messaggi radiofonici di una guerra lontana e del ritorno degli eroi che nella composizione dei corpi degli attori sembra recuperare certa poesia figurativa degli anni Trenta e del ritorno all’ordine.

Simone Derai – orchestratore e mago di situazione – e Marco Menegoni coreuta e narratore interno con Orestea sembrano portare a sintesi l’estetica maturata in questi anni e nel lungo spettacolo vi si colgono le precedenti tappe del loro lavoro: da Lingua Imperi a Virgilio Brucia e a Socrate il sopravvissuto. Questo non solo perché l’apparato scenico e simbolico è spesso il medesimo, ma perché in questo frequentare il mito si avverte la necessità dei giovani, ma già affermati artisti veneti di interrogare la tradizione, le origini della cultura occidentale che ha nei greci e nella tragedia il proprio atto fondativo, ma anche profetico.

E fin qui nulla di nuovo, ma ciò che interessa di questa Orestea è il suo tradimento, il suo oltrepassamento che si compie nel prologo sulla morte, sulle bare accostate l’una all’altra, sulla cattiva abitudine dei cristiani di rinchiudere i morti in casse e non lasciarli al ritorno marciscente e metamorfico nella terra. La morte, l’uccisione dei bambini – Ifigenia in primis, ma vengono in mente i bambini dei Karamazov e l’inquietante interrogativo sul dolore e infanzia dostoevskijano – fanno da filo conduttore a un racconto che procede per accostamenti, che nel racconto del mito, nella riproposizione del rito tragico ha un suo semplice orizzonte di riferimento, ma non è il cuore dell’operazione che ha l’ambizione di interrogare il senso di giustizia, l’imponderabile verità del dolore, l’insostenibile peso dell’assenza e la nostalgia dell’essere attraverso testi di Sebald, Leopardi, Ernaux, Severino, Givone e l’amato Virgilio.

Dove Derai e Menegoni si trovano ad agire con più astratta libertà danno il meglio. E’ nella seconda parte di Orestea – quando il mito cede il passo al simbolo – che si avverte una sorta di azzardo calligrafico sul pensare un possibile divenire in cui la morte è fine ma non finita, è rimettere in circolo, è sciarada di anime, è l’immagine che evapora e svapora di generazione, in generazione ma persiste. E allora in questa ostinazione a essere c’è il grido carico di fiducia e fede di questa Orestea di Anagoor e forse di questo debutto di Biennale.

21 Luglio 2018