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Mercoledì 24 Maggio 2017

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Il buco nel muro, studio sul Neorealismo

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Roma città aperta

Giacomo Volpi

Giacomo Volpi

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La passione per i film e la voglia di lavorarci mi ha portato alla Laurea in Storia del cinema americano, scrivere di un amore sarà difficile, mi auguro che questo blog abbia lo stesso effetto sui lettori che ha avuto Lo Squalo sullo Sci d'acqua.

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Vorrei scrivere di qualche vecchio film, ma prima mi sembra giusto mettere a fuoco

La questione se il neorealismo abbia contribuito o meno a vincere la sfida di rinascita che l'Italia aveva di fronte dopo la fine della seconda guerra mondiale e se ha determinato la formazione di una democrazia culturale di massa, è diventata nel corso degli anni la più approfondita e studiata. Come sostiene Gianni Canova, il nostro era un paese dalla tradizione culturale elitaria e aristocratica “in cui l’avvento dei media precede, invece di seguire, come accade in buona parte degli altri paesi europei, i processi di scolarizzazione e di alfabetizzazione di massa.” 

Vittorio Spinazzola scrive che il neorealismo si basava sull’equivoco che “progettava di rivolgersi ai ceti subalterni, ma trovava gli interlocutori elettivi solo nell'ala radicale dell'intellettualità borghese.[…]Il fallimento dell'operazione neorealista avviene proprio nel suo punto programmatico più ambizioso e delicato: la volontà di indurre un mutamento radicale nei rapporti fra cinema e pubblico, quali si esplicano negli spettacoli strutturati industrialmente” il neorealismo non era, secondo Spinazzola, riuscito a creare “un nuovo linguaggio cinematografico, che il pubblico di massa fosse in grado di intendere e da cui potesse trarre un contributo ad acquistare miglior consapevolezza del proprio essere, sociale e culturale”, mancando di rispondere al quesito che i migliori registi italiani si erano proposti dopo la caduta del fascismo. In realtà un maestro come Visconti rifiuta esplicitamente di instaurare qualsiasi forma di dialogo con il pubblico di massa. Si arriva quindi a fare film sul popolo, ma non film per il popolo cercando piuttosto il consenso dei propri pari, i critici.  Secondo Gianni Canova “Il neorealismo incarna il paradosso di un movimento che legittima gli intellettuali a fare film per loro stessi, offrendo alla loro coscienza infelice l'alibi di aver affrontato comunque temi socialmente importanti, e sentendosi in ogni caso dalla parte giusta”. La fame neorealista di realtà sfocia in un'identificazione irrazionalistica di arte e vita, in una relazione rovesciata, cioè nell'assunzione della vita come forma immediata di arte. Eppure Zavattini diceva che storicamente l'uomo si è accorto della realtà solo quando l'ha rappresentata e scriveva infatti in un lucido intervento dei primi anni Cinquanta: “Per spettacolo bisogna decidersi a intendere non l'eccezionale ma il normale[...]. Si tratta di impegnare una lotta contro l'eccezionale e di cogliere la vita nell'atto stesso in cui la viviamo, nella sua maggiore quotidianità”.

Come sostiene Stefania Parigi è la nozione di italianità che funge da “amalgama tutt'altro che omogenea di particolarismi locali”. La “scoperta dell'Italia”, attraverso l'uso inedito di paesaggi, volti e dialetti banditi dalla rappresentazione ufficiale durante gli anni del fascismo, diventa il comune denominatore di film diversi tra loro ma legati da un comune sentimento di rinascita collettiva. Sostiene Andrea Minuz, “come tutti i miti di rifondazione, non si tratta di un inedito quanto di un’amalgama in cui archetipi e stereotipie consolidate si fondono con la necessità di una repentina trasformazione del Paese in una democrazia decisiva per il Patto Atlantico. Attorno all'idea del riscatto, insomma, non c'è solo il mito fondativo di una resistenza unitaria, già notato a suo tempo da Bazin e riletto molti anni dopo da David Forgacs in chiave meno epica e più critica”. Una nuova italianità nozione non più costruita attorno al mito della patria, del Duce e dell'impero romano, ma sull'idea di riscatto nazionale. “Con Roma città aperta”, come dice Godard “l'Italia ha riconquistato il diritto di guardarsi in faccia”.

18 Febbraio 2017