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Mercoledì 22 Febbraio 2017

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#CharlieHebdo: spazio alle opinioni dei giovani

I pensieri dei giovani sull'assalto alla redazione del giornale satirico francese 'Charlie Hebdo'

#CharlieHebdo: spazio alle opinioni dei giovani
enrico galletti

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I pensieri dei giovani sull'assalto alla redazione del giornale satirico Charlie Hebdo. 

    
E.G. (18 anni) -  La satira deride, lo sappiamo tutti. Ma sta di fatto che una persona deve sentirsi libera di esprimere il proprio parere. È un nostro diritto. Molti si lamentano e criticano la frase "Je suis Charlie", sostenendo che sia diventata una moda per tutti. Io non la penso così, dietro questa frase vedo molto altro, non solo una frase che unisce le persone in un lutto come questo ma soprattutto crea solidarietà per quanto accaduto.
  
M.B. (18 anni) - Da questo episodio dovrebbe nascere una protesta contro gli atti crudeli e violenti da cui siamo circondati. Probabilmente la testata giornalistica in questione ha esagerato, con qualche vignetta 'di troppo', non lo nego, ma questo non giustifica una tale violenza. Non si può accettare che, dal nulla, dodici persone vengano uccise con tanta crudeltà. Non credo in un ordine del genere da parte di Maometto.
    
Matteo Fornasari (19 anni) - Je ne suis pas Charlie. Questa la mia affermazione. Un'affermazione che deriva da alcune mie convinzioni. Innanzitutto non voglio nascondermi dietro una frase per attaccare un intero popolo. In secondo luogo, non sono razzista. Non desidero dare forza al governo. Odio la guerra. Se il giornale di cui parliamo molto domani dovesse pubblicare un articolo sicuramente deriderebbe l'hashtag diventato tanto popolare.
    
F.G. (19 anni) - Questo episodio altro non è che un simbolo d'estremismo, e come tale va considerato. Mi chiedo dove siano finite la libertà di opinione e la libertà di stampa? I responsabili vanno condannati. La satira c'è sempre stata e sempre ci sarà. Resta di fatto che sentire certe notizie fa davvero male.
    
E.G. (15 anni) - Quello di Parigi è un tragico attacco che segna il punto di non ritorno raggiunto dal terrorismo islamico. La satira non è condannabile. Sono convinto che la libertà di opinione vincerà sempre.
   
Andrea Fiorentini (21 anni) - Fanatici religiosi con la mente chiusa e superficiale, incapaci di capire che la satira non manca di rispetto a Dio, casomai agli uomini che usano Dio per dominare gli altri uomini. Razzisti che hanno preso questa occasione per della tristissima e ignorantissima propaganda, sfruttando la morte di dodici persone. Persone squilibrate che rispondono con le armi alle matite e alle idee di persone che stavano semplicemente esprimendo le loro idee. La malattia da debellare non si chiama Islam, ma ignoranza e intolleranza. Comune a tutte queste categorie di persone.
     
Mariagrazia Lamura (19 anni) - Un gesto come quello compiuto l'altro giorno a Parigi avrebbe dovuto tenerci tutti uniti, almeno questo credevo sarebbe successo appena ho ascoltato la notizia alla radio. Sgomento, tristezza e incredulità sul viso di tutto il mondo, ma non tutto il mondo sta reagendo allo stesso modo, o meglio non tutto il mondo sta reagendo. Credo che non sia in grado di reagire chi, sfruttando l'accaduto getta fango sui musulmani che guardano al nostro Paese come al Paese della speranza e solo con la speranza e nient'altro qui da noi decidono di vivere. Da noi che bombardiamo i loro Paesi da più di 70 anni e che facciamo la voce forte solo per farci sentire, soffocando le loro voci straziate dal dolore dei bombardamenti. È inammissibile quello che è accaduto, è inammissibile quello che l'Occidente compie in Oriente, è inammissibile il pensiero dell'uomo. Non c'è vittima in questa guerra, siamo tutti carnefici. Non reagisce neppure chi scrive sui social network "No, io non sono Charlie", a quelle persone vorrei dire: no, nessuno è Charlie, nessuno lo è mai stato, questo è vero, ma i parigini che si sono riuniti con una matita in mano si sentono Charlie perchè, solo ora, hanno compreso che cosa significasse per Charlie essere ciò che era. Voi, che dite di non sentirvi Charlie, non capirete mai.
 
Giovanni Volpe (18 anni) - Non intendo bollare l'Islam come religione di kamikaze. So che tutta l'informazione che passa in Occidente è pesantemente sottoposta a filtri mediatici, e che al di là di come i fatti vengono venduti ci sono infinite dietrologie. Il mio interrogativo non riguarda strettamente quale fazione abbia ragione o meno, rifletto sul fatto che in questo caso, di getto, io mi sento molto influenzato dalla voce del popolino (essendo consapevole della pochezza del pensiero xenofobo Islam = terrorismo), tanto da chiedermi se è effettivamente necessario inasprire i controlli nell'area europea. Perchè da quanto le minacce siano ridicole, terroristi che fanno 12 morti in una capitale Europea, emblema di libertà, uguaglianza e dove tra l'altro già tirava aria di attentati, sono una scossa forte per le conscienze di noialtri. La mia domanda è: chi sta sguazzando nell'acqua più torbida?
     
M.B. (19 anni) - L'attentato di Parigi è frutto di un'interpretazione estremista della religione musulmana. Il fatto che questi assassini si ispirino ad un determinato Libro sacro, travisandolo, non può dare adito ad insulti o insurrezioni nei confronti di tutti i musulmani, i quali professano una religione non violenta, anche perchè se si radessero al suolo tutti i luoghi di culto islamici in Italia, si toglierebbe a molta gente il diritto di espressione e libertà di pensiero, facendo la stessa cosa che hanno fatto i terroristi a Parigi.
     
Anonimo (17 anni) -  Penso che sia l'inizio di un declino. L'inizio della paura e l'inizio dell'odio. L'inizio della paura in ogni cittadino del mondo che non è più libero di esprimersi liberamente e l'inizio dell'odio di ognuno di questi che crescerà incondizionatamente verso ogni musulmano. Ritengo che vada fatto qualcosa di forte e chiaro per far capire che noi non ci pieghiamo.
    
Alberto Maffini (27 anni) - È finita. La lunga giornata che ha divorato la Francia, l’Europa ed il mondo intero se n’è andata, lasciando dietro di sé una scia di sangue, di inchiostro, di polemiche. Je suis Charlie, tutti dicono, ma la domanda è: chi era Charlie? Se non avesse subito questo attacco barbaro e atroce, cosa avremmo pensato di quel giornale, dove una delle ultime copertine ritrae la trinità cattolica in posizioni poco decorose? 
Un punto cruciale degli eventi delle ultime 48 ore, che npuò essere trascurato, è che ci obbliga a guardarci allo specchio, per trovare una definizione a ciò che siamo noi, in opposizione al loro rappresentato dai terroristi islamici. Se la nostra identità fosse rappresentata solamente da quanto passa sulle pagine di Charlie, credo, e lo dico con amarezza, che non avremmo troppe speranze di scampare a questo finale “scontro di civiltà”. 
La satira dà fastidio. E dà fastidio a tutti, cristiani e islamici, ebrei e induisti. Dà fastidio perché è il giudizio di chi si chiama fuori, di chi prende le distanze e non accetta lo status quo, deformandolo e facendone caricatura con la propria penna, dimostrando ed esercitando così la propria superiorità, un sentimento pericoloso, un sentimento simile,a volte troppo, al razzismo. Rendersi conto di tutto questo per cercare di evitarlo richiede un enorme sforzo razionale, così forte che arriva ad attenuare perfino il dolore per le morti, con il rischio di venire percepiti come freddi, distaccati, disumani. Ma se essere umano significa appartenere ad una specie che attribuisce un diverso valore ad ogni vita, che afferma la possibilità di mettere fine ad un’altra vita per un ideale o un pregiudizio, ebbene, io mi chiamo fuori. Je suis un animal rationnel, donc je ne suis pas humaine. S.R. (21 anni) - Charlie Hebdo. Sinceramente non sapevo dell'esistenza di questo periodico satirico francese eppure oggi mi sento di dire "je suis Charlie". Io sono forse tra le persone più polemiche di questa terra, eppure non capisco perché si sente la necessità di criticare chi decide di scrivere questa frase. Non si tratta di fare gli spavaldi, di fingersi dei satiri, di dimostrarsi superiori e super coraggiosi. Si tratta semplicemente di solidarietà! Hanno sparato e ucciso senza pietà 12 persone solo perché hanno espresso il loro punto di vista attraverso dei disegni! E no, io non sono neanche un quarto di queste persone (nessuno lo è, è ovvio!!!). "Non sono Charlie", ma sono per la libertà di espressione, perché è sacrosanta! E se per dimostrare solidarietà verso questo principio e verso coloro che per lo stesso ci hanno perso la vita si usa scrivere "je suis Charlie" io lo scrivo altre cento volte! Mi stupisce ci sia gente che questa cosa proprio non l'ha capita. Forse si sentono loro superiori criticando qualcosa che non andrebbe nemmeno messo in discussione, e questo mi disgusta.one; che siamo noi, in opposizione al loro rappresentato dai terroristi islamici. Se la nostra identità fosse rappresentata solamente da quanto passa sulle pagine di Charlie, credo, e lo dico con amarezza, che non avremmo troppe speranze di scampare a questo finale “scontro di civiltà”. 
La satira dà fastidio. E dà fastidio a tutti, cristiani e islamici, ebrei e induisti. Dà fastidio perché è il giudizio di chi si chiama fuori, di chi prende le distanze e non accetta lo status quo, deformandolo e facendone caricatura con la propria penna, dimostrando ed esercitando così la propria superiorità, un sentimento pericoloso, un sentimento simile,a volte troppo, al razzismo. Rendersi conto di tutto questo per cercare di evitarlo richiede un enorme sforzo razionale, così forte che arriva ad attenuare perfino il dolore per le morti, con il rischio di venire percepiti come freddi, distaccati, disumani. Ma se essere umano significa appartenere ad una specie che attribuisce un diverso valore ad ogni vita, che afferma la possibilità di mettere fine ad un’altra vita per un ideale o un pregiudizio, ebbene, io mi chiamo fuori. Je suis un animal rationnel, donc je ne suis pas humaine. 
    
S.R. (21 anni) - Charlie Hebdo. Sinceramente non sapevo dell'esistenza di questo periodico satirico francese eppure oggi mi sento di dire "je suis Charlie". Io sono forse tra le persone più polemiche di questa terra, eppure non capisco perché si sente la necessità di criticare chi decide di scrivere questa frase. Non si tratta di fare gli spavaldi, di fingersi dei satiri, di dimostrarsi superiori e super coraggiosi. Si tratta semplicemente di solidarietà! Hanno sparato e ucciso senza pietà 12 persone solo perché hanno espresso il loro punto di vista attraverso dei disegni! E no, io non sono neanche un quarto di queste persone (nessuno lo è, è ovvio!. "Non sono Charlie", ma sono per la libertà di espressione, perché è sacrosanta! E se per dimostrare solidarietà verso questo principio e verso coloro che per lo stesso ci hanno perso la vita si usa scrivere "je suis Charlie" io lo scrivo altre cento volte! Mi stupisce ci sia gente che questa cosa proprio non l'ha capita. Forse si sentono loro superiori criticando qualcosa che non andrebbe nemmeno messo in discussione, e questo mi disgusta.

 

Filippo Marino Bottaioli (19 anni) - Dopo i più recenti fatti avvenuti a Parigi, la domanda che credo si stiano ponendo in molti è tuttavia questa: può esistere un Islam moderato? Domanda legittima o solamente xenofoba? Domanda estremista da nazionalisti o quesito che coinvolge una religione che sembra essersi fatta uno strumento di guerra? Difficile rispondere, difficile a mio parere interamente comprendere una religione come quella islamica che ha basi culturali e politiche, soprattutto, troppo diverse dalle nostre. Inutile negare, ma sarebbe utile ricordare, la nascita dell'Islam come religione di guerra nei suoi primi secoli. L'espansione (fino ai confini francesi!) nel VII secolo dell'allora califfato omayyade d'altronde è supportata dallo stesso Corano. L'intera Sura VIII è dedicata alla violenza, al massacro gratuito degli Infedeli, dei traditori di Allah. Questo capitolo rappresenta il caposaldo della Jihad, della Guerra Santa, autorizzata secondo lo stesso Corano tuttavia da un'autorità legittima. Come quella del Califfato recentemente proclamato. Se quindi nella teoria l'Islam non può non essere una religione aggressiva, la nostra domanda si sposta. Può l'Islam – o meglio – la sua parte radicale – evolversi ed entrare a far parte della larga schiera di musulmani “moderati”? Può l'Islam razionalizzarsi e rinunciare alla componente bellica contenuta nello stesso Corano, risalente alla sua prima fase? O l'intero Islam può ripiombare nella violenza delle sue origini, una violenza che abbiamo tutti visto scatenarsi in questi giorni? Io non mi sento di rispondere ora. Non voglio rispondere. Mi colpisce ora una frase del Libro sacro dell'Islam: “Combattete coloro che non credono in Dio e nel Giorno Estremo” (IX, 29).
   
Grazie a tutti coloro che hanno espresso le loro opinioni.
  
Enrico Galletti
enricogalletti@icloud.com
    

02 Febbraio 2015

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