il network

Domenica 04 Dicembre 2016

Altre notizie da questa sezione


Ucraina o Russia? Il rock sceglie la normalità

Ucraina o Russia? Il rock sceglie la normalità
Fabio Guerreschi

Fabio Guerreschi

Biografia

Fabio Guerreschi è laureto in sociologia all’Università di Trento ed è un giornalista del quotidiano ‘La Provincia’ di Cremona. E’ appassionato di metal, rock, blues e… dintorni, di fantascienza e di letteratura americana. Mail: fabio.guerreschi26@gmail.com Facebook: https://www.facebook.com/profile.php?id=100008920786679 Instagram: https://instagram.com/fabioguerreschi/

tutti i post dell'autore

Calendario dei post

Il rock, il folk, il punk sono stati le colonne sonore del cambiamento, della rivoluzione, della trasfomazione, della voglia di ribaltare il mondo e le proprie ipocrisie. Ma i tempi cambiano e ora diventano la colonna sonora della normalità, di una vita quotidiana tranquilla, la voglia di una dimensione umana fatta da piccole conquiste anziché grandi.

Come sta avvenendo nella turbolenta Ucraina, ancora in bilico tra un'invasione militare e la minaccia dell'isolamento internazionale. Ecco come l'inviato dell'Ansa Claudio Accogli racconta la 'colonna sonora della nromalità'.

 

"Vogliamo Paese normale». Star russa riscalda notte Sebastopoli 
(dell’inviato Claudio Accogli) 
SEBASTOPOLI - Sugar, sugar": è il 
passo di un remix che ci accompagna da giorni, sfrecciando sulle 
strade della Crimea. È un brano della celebre «Da ya think I'm 
sexy» di Rod Steward, quasi meglio dell’originale. Impazza a 
Simferopoli e Sebastopoli, dove ragazze e ragazzi vogliono che 
Vladimir Putin gli consegni finalmente un Paese «normale», con 
salari statali che vadano oltre gli attuali 100 euro al mese, 
800 per chi è più fortunato e può contare sulle mance dei 
ricconi che da Mosca, Kiev, e dalla galassia del mondo ex 
sovietico, sbarca ogni anno in Crimea, la perla del Mediterraneo 
che fa invidia a Londra e Amsterdam. 
«Sono arrivata qui per dare il mio sostegno alla gente di 
Sebastopoli: era la prima volta che cantavo in questa città, 
sono felice": ha detto all’ANSA la popolarissima rock star Iulia 
Cicerina dopo il concerto davanti ad alcune centinaia di 
sostenitori a piazza Nahimov, a Sebastopoli, divenuta simbolo 
della rivolta contro il «regime» di Kiev, al pari di Tahrir, o 
la stessa Rabaa, le piazze epicentro della rivolta contro la 
destituzione di Hosni Mubarak prima e Mohamed Morsi, nella 
Primavera araba che a Simferopoli hanno ribattezzato «Primavera 
della Crimea». 
Ma qui è una sciarada: i Fratelli musulmani bollati come 
jihadisti dall’Occidente e «terroristi» al Cairo ora tornano 
protagonisti, e i tatari di Crimea, la principale minoranza 
etnica di fede musulmana - non mancano i burqa da queste parti 
-, attirano l’attenzione dei big dell’informazione, al Jazeera 
in testa. 
La Crimea è una icona della tragedia delle guerre che hanno 
coinvolto Mosca, dalle battaglie contro l’Impero ottomano fino 
all’assedio di Sebastopoli del 1941-1942, secondo solo, forse, a 
quelli di Leningrado e Stalingrado. È terra russa, la 
maggioranza la pensa così, non ci sono dubbi. E non siamo in 
Libia o in Siria: chi parla dice quello che pensa, non è una 
marionetta del regime, non teme rappresaglie. 
Iulia scalda la folla, con la band che la accompagna come 
fosse un metronomo e un chitarrista che spara assoli da far 
invidia a tanti gruppi 'occidentalì. «Bravi, bravi!», grida la 
piazza. È quello che non ti aspetti, che sorprende, in una 
regione di top model e sex symbol, donne e uomini, sulla base 
dei canoni di un Occidente che sconta il prezzo del consumismo. 
In Crimea invece si paga il prezzo della gestione Ianukovich: 
lo stipendio medio di un dipendente pubblico, dai medici fino ai 
poliziotti, sfiora i 100 euro al mese. «Ti rendi conto, è 
impossibile», ci dice una ginecologa, che guarda agli 800 euro 
dell’Italia per una cameriera come una chimera. 
«Vogliamo un Paese normale, come da voi in Italia», spiega un 
giovane, in anonimato non perché lo chieda, ma per preservare il 
suo futuro in una regione dove la guerra civile cova sotto la 
cenere. 
L’Italia è molto amata, è un simbolo: ma a Roma, Milano, 
Napoli, non capita di trasmettere 50 Megabyte di dati in 2 
minuti netti, in un parco pubblico dove la connessione wi-fi è 
libera e potente. Non servono documenti e identificazioni, si 
accede e basta. La velocità sorprende: Sebastopoli batte non 
solo l’Italia, ma Parigi, Madrid e Londra. 
«If you really need me», canta Rod Steward, mentre nei pub 
camerieri e cameriere galanti, che parlano un inglese stile 
Oxford, servono piatti eccezionali, e dagli schermi piazzati 
ovunque va in onda gay.tv. 
A Simferopoli poi alcuni bar sono inondati dalle note dei Sex 
Pistols, dei Ramones e dell’heavy metal. Però i ragazzi non 
sanno chi siano i Cccp, il leggendario gruppo punk di «Fedeli 
alla linea», quella sovietica. Essì perché il regime in 
uniforme, come quello targato Breznev, a Simferopoli come a 
Sebastopoli, ai giovani non piace. 
«Vogliamo solo un Paese normale, come il vostro», è il coro 
unanime. È un tema ridondante, «la politica non ci interessa». 
La Crimea è bellissima, sembra di stare sulla costiera 
amalfitana: «No, è il Paradiso in terra», tuonano i ragazzi. 
SEBASTOPOLI - 'Sugar, sugar': è il passo di un remix che ci accompagna da giorni, sfrecciando sulle strade della Crimea. È un brano della celebre 'Da ya think I'm sexy' di Rod Steward, quasi meglio dell’originale. Impazza a Simferopoli e Sebastopoli, dove ragazze e ragazzi vogliono che Vladimir Putin gli consegni finalmente un Paese «normale», con salari statali che vadano oltre gli attuali 100 euro al mese, 800 per chi è più fortunato e può contare sulle mance dei ricconi che da Mosca, Kiev, e dalla galassia del mondo ex sovietico, sbarca ogni anno in Crimea, la perla del Mediterraneo che fa invidia a Londra e Amsterdam.

 

«Sono arrivata qui per dare il mio sostegno alla gente di Sebastopoli: era la prima volta che cantavo in questa città, sono felice": ha detto all’Ansa la popolarissima rock star Iulia Cicerina dopo il concerto davanti ad alcune centinaia di sostenitori a piazza Nahimov, a Sebastopoli, divenuta simbolo della rivolta contro il «regime» di Kiev, al pari di Tahrir, o la stessa Rabaa, le piazze epicentro della rivolta contro la destituzione di Hosni Mubarak prima e Mohamed Morsi, nella Primavera araba che a Simferopoli hanno ribattezzato «Primavera della Crimea».

Ma qui è una sciarada: i Fratelli musulmani bollati come jihadisti dall’Occidente e «terroristi» al Cairo ora tornano protagonisti, e i tatari di Crimea, la principale minoranza etnica di fede musulmana - non mancano i burqa da queste parti -, attirano l’attenzione dei big dell’informazione, al Jazeera in testa.

La Crimea è una icona della tragedia delle guerre che hanno coinvolto Mosca, dalle battaglie contro l’Impero ottomano fino all’assedio di Sebastopoli del 1941-1942, secondo solo, forse, a quelli di Leningrado e Stalingrado. È terra russa, la maggioranza la pensa così, non ci sono dubbi. E non siamo in Libia o in Siria: chi parla dice quello che pensa, non è una marionetta del regime, non teme rappresaglie.

Iulia scalda la folla, con la band che la accompagna come fosse un metronomo e un chitarrista che spara assoli da far invidia a tanti gruppi 'occidentalì. «Bravi, bravi!», grida la piazza. È quello che non ti aspetti, che sorprende, in una regione di top model e sex symbol, donne e uomini, sulla base dei canoni di un Occidente che sconta il prezzo del consumismo.

In Crimea invece si paga il prezzo della gestione Ianukovich: lo stipendio medio di un dipendente pubblico, dai medici fino ai poliziotti, sfiora i 100 euro al mese. «Ti rendi conto, è impossibile», ci dice una ginecologa, che guarda agli 800 euro dell’Italia per una cameriera come una chimera. «Vogliamo un Paese normale, come da voi in Italia», spiega un giovane, in anonimato non perché lo chieda, ma per preservare il suo futuro in una regione dove la guerra civile cova sotto la cenere. L’Italia è molto amata, è un simbolo: ma a Roma, Milano, Napoli, non capita di trasmettere 50 Megabyte di dati in 2 minuti netti, in un parco pubblico dove la connessione wi-fi è libera e potente. Non servono documenti e identificazioni, si accede e basta. La velocità sorprende: Sebastopoli batte non solo l’Italia, ma Parigi, Madrid e Londra.

'If you really need me', canta Rod Steward, mentre nei pub camerieri e cameriere galanti, che parlano un inglese stile Oxford, servono piatti eccezionali, e dagli schermi piazzati ovunque va in onda gay.tv.

A Simferopoli poi alcuni bar sono inondati dalle note dei Sex Pistols, dei Ramones e dell’heavy metal. Però i ragazzi non sanno chi siano i Cccp, il leggendario gruppo punk di «Fedeli alla linea», quella sovietica. Essì perché il regime in uniforme, come quello targato Breznev, a Simferopoli come a Sebastopoli, ai giovani non piace. «Vogliamo solo un Paese normale, come il vostro», è il coro unanime. È un tema ridondante, «la politica non ci interessa». La Crimea è bellissima, sembra di stare sulla costiera amalfitana: «No, è il Paradiso in terra», tuonano i ragazzi. 

13 Marzo 2014

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su La Provincia

Caratteri rimanenti: 1000