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Si torna nella Terra di Mezzo

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Simone Marcocchi

Simone Marcocchi

Biografia Atterrato su questo mondo, con in mano un joystick collegato ad un Commodore 64, Simone Marcocchi prova a leggere la vita attraverso la passione per i videogiochi, il cinema e le tecnologie. Attualmente si occupa di marketing IT e web, ha collaborato con la testata Eurogamer.it, si è occupato di tecnologia per la rivista V+ e collabora con Multiplayer.it LinkedIn: /simonemarcocchimedia Twitter: @SimoneMarcocchi

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Prosegue la saga di Peter Jackson nel mondo di Tolkien. Bilbo non è il pavido Frodo e la sua Pungolo (che qui viene battezzata tale) nelle sue mani si dimostra più affilata e tagliente che mai.

 

Lo Hobbit per Jackson è direttamente proporzionale a Il signore degli anelli per Tolkien. Entrambi infatti, alle prese con la loro prima opera si sono dimostrati dei veri maghi dell’intrattenimento, ciascuno nel proprio medium di riferimento, ma ognuno di loro ha saputo dimostrare che la Terra di Mezzo diventa più affascinante la seconda volta della prima.

Se infatti il primo romanzo di J.R.R. Tolkien, che narra le gesta di un giovane Bilbo, lo si può definire di certo molto appassionante, acquista un notevole grado di profondità solo nella trilogia successiva, che ha composto e cesellato con una cura e un amore per i dettagli da elevarlo sopra qualsiasi altra opera fantasy; così è stato all’opposto per Jackson: la prima trilogia, per quanto sia ancora oggi praticamente perfetta è stata ampiamente superata da questa nuova (inizialmente previsti solo due episodi ed in seguito portati a tre), facendola passare quasi in ombra dall’elevata qualità che è stata riposta nelle sceneggiatura, nella caratterizzazione non facile dei diversi personaggi e nella certosina riproduzione di tutti gli ambienti di scena.


Il regista ormai veste questo mondo come un guanto e ce lo fa vivere così profondamente da essere diventato un universo parallelo, così quando ci si risveglia in sala, alla fine del viaggio di quasi tre ore, si rimane ancora incantati, come quando ci si sveglia da un bel sogno e si vorrebbe tornare ai precedenti momenti rem. Molte sono state le libere interpretazioni della saga iniziale, ma qui si preme davvero l’acceleratore su eventi completamente diversi rispetto all’opera letteraria, ben sapendo infatti come quest’ultima si sarebbe evoluta, cosa che, probabilmente, nemmeno Tolkien aveva presente nel momento della stesura del suo amatissimo e primissimo romanzo ma che forse, con il senno di poi, anche lo stesso scrittore avrebbe potuto rimaneggiare con la stessa attenzione e rispetto avuta da Peter Jackson.

E’ la prima volta infatti che un prequel infonde nello spettatore un’’idea così forte di sequel. Non ci si stupisce di vedere Gollum (con molto più spazio), Legolas (l’algido guerriero vegetariano, sempre in forma, che non rinuncia a fare surf sui nemici, diventato un marchio di fabbrica), gli effetti negativi dell’anello (che mai nel libro erano citati come tali), l’arrivo delle forze male che iniziano ad ammorbare la Terra di Mezzo… ma si possono anche abbracciare nuovi amici tra cui l’elfo Tauriel (liberamente introdotta da Jackson ed impersonata da Evangeline Lilly).

I suoi tratti restano quelli di Kate, fuggita dall’isola di Lost, a cui sono cresciute le orecchie a punta, che non ha perduto un grammo della sua determinazione, quella che la spinge a incoccare una freccia dietro l’altra e la stessa che nella vita reale, appena dopo il parto, l’ha spinta a dire “sì” a questo kolossal, alternando la recitazione sul set alla cura del nuovo rampollo. La libertà che la produzione le ha dato nell’interpretare l’elfo silvano, e sua fonte di preoccupazione nei confronti dei fan sempre attenti ai dettagli e ad eventuali sbavature, può essere tranquillamente archiviata, anzi sembra quasi nata con in mano un arco e scopriremo con il prossimo film come terminerà il triangolo amoroso che la vede coinvolta (ma non dirò di più).


Il drago Smaug è davvero fenomenale, un mostro che riempie lo schermo e parla con la bellissima voce del nostro Luca Ward. E’ il vero mattatore (in tutti i sensi) di questa pellicola, come lo è stato Smeagol/Gollum nella precedente. Non pronuncerà l’iconica frase “al mio segnale scatenate l’inferno” ma il suo alias saprà fare un buon uso, allo stesso modo, delle fiamme, così come i nani avranno la forza e il coraggio di contrastare la sua perfida intelligenza e il suo torbido amore per le cose effimere degne di un demone. Per questo ancora una volta servirà uno hobbit, tanto innocente e puro, come un bambino, da salvare i guerrieri, quelli veri, e i loro cuori dalla perdizione e dal rischio di ambizione.


E’ talmente fragoroso, potente e pieno di dettagli (visivi e iconografici), che a questo secondo capitolo de Lo Hobbit si può perdonare quasi tutto, anche un ritmo più lento rispetto al primo episodio (di cui avrebbe anche avuto una logica ma non è stato) ma che ha così tanto da dire che nessuno lo noterà.


Attendiamo quindi di scoprire il prossimo Natale come terminerà la storia dei nostri amici, non diamo infatti nulla per scontato rispetto al testo, perchè sicuramente avremo delle sorprese inaspettate che non riguardano la trama principale ma le efficaci digressioni del regista.

Riabbracceremo i piccoli, tenaci, caparbi guerrieri imbattibili, nella speranza che il sole torni ad ardere sulle teste degli abitanti della contea, come sulle nostre e che la pace e il bene, infine, trionfino come sempre.


29 Dicembre 2013

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