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Venerdì 09 Dicembre 2016

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Le testimonianze su 'La Città della Canzone'. Seconda parte

Le testimonianze su 'La Città della Canzone. Seconda parte
Fabio Guerreschi

Fabio Guerreschi

Biografia

Fabio Guerreschi è laureto in sociologia all’Università di Trento ed è un giornalista del quotidiano ‘La Provincia’ di Cremona. E’ appassionato di metal, rock, blues e… dintorni, di fantascienza e di letteratura americana. Mail: fabio.guerreschi26@gmail.com Facebook: https://www.facebook.com/profile.php?id=100008920786679 Instagram: https://instagram.com/fabioguerreschi/

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Ecco la seconda puntata dedicata alle testimonianze dei giovani talenti che hanno partecipato alla scorsa edizione de La Città della Canzone, il workshop dedicato alla scrittura di parole e musica rivolto a giovani cantautori e band. Anche in questo caso è doveroso ringraziare Gaianè Kevorkian per la preziosa collaborazione.

Valentina Guidugli

“Vugly è nata nel 2013 ed ha avuto il suo battesimo artistico con La Città della Canzone. Dopo un album Mondo Perfetto scritto e arrangiato con le Shivadiva, ho sentito la necessità di provare a incentrare alcuni miei brani su basso, voce e sul mio personale percorso sul 'suono' come elemento costruttivo di un brano. La Città della Canzone è stato il primo banco di prova per questa mia nuova avventura. Durante il workshop il contatto con altri cantautori mi ha fatto capire quanto sia personale e unico il modo di affrontare la propria creatività. Condividere il momento creativo con maestri e studenti è stata un’opportunità intensa, che ha portato il germoglio di un brano a diventare una vera e propria canzone, finita e registrata. Rosso (Resistenza) è stata il frutto di quel lavoro e oggi la suono con orgoglio durante i miei concerti. Ma l’elemento più importante di questa settimana sia il grandissimo entusiasmo di chi la organizza, la segue e la vive; questo rende ancora più speciale avere la possibilità di parteciparvi”.

Lorenzo Cetrangolo

“Scrivo (o provo a scrivere) canzoni da una quindicina d'anni e una delle mancanze che ho sentito di più è stato l'aspetto comunitario della creatività. Dopo una breve parentesi folk intorno ai sedici anni ho messo (o provato a mettere) le mani e la gola in mondi diversissimi: hardcore punk, nu-metal, blues, post-rock, sempre in formazioni collettive che mi hanno dato tanto come persona e come 'musicista' ma forse di meno in termini di scrittura e composizione. Vivevo nella classica compagine sociale in cui chi suona si mette in un angolo e canta sottovoce per non disturbare (che questo abbia avuto anche a che fare con la scarsissima qualità delle mie opere di allora è più una certezza che un dubbio). Forse proprio per questa mancanza ho imparato a vivere la creazione come un momento intrinsecamente solitario, dove sbattere la testa da solo contro un muro invisibile e cercare di farci un buco abbastanza grande per dare almeno una sbirciata dall'altra parte. Uniche boe nella traversata i grandi cantautori, De Gregori su tutti, ma sempre come una traccia, mai come idoli da adorare o, peggio, emulare. Quando ho visto il volantino della prima edizione de La Città della Canzone ho quindi pensato subito che fosse inutile o persino dannoso partecipare ad un workshop dove, pensavo, mi avrebbero voluto insegnare come si scrive una canzone. Dubitavo che scrivere fosse qualcosa che si può insegnare: e dubito ancora. Ma ci ho provato, anche grazie alla spinta di persone più pronte di me a buttarsi. Persone che ora mi tocca ringraziare, perché la cosa bella è stata che, a LCDC, nessuno ha voluto insegnarmi niente. Si è fatto comunità, discussione, incontro; ci sono stati scambi di esperienze, di opinioni, e credo questo abbia funzionato perché nessuno si è mosso dal punto in cui era arrivato se non per sbirciare oltre altri muri, attraverso altri buchi scavati da altre teste. E questo è, oltre che utile, bellissimo: e non è per la bellezza, alla fine, che si scrive, che si canta? Da allora questo scambio mi è sembrato sempre più utile e necessario, e lo ricerco sempre più spesso. In qualche modo quell'esperienza ha persino contribuito all'evoluzione (peraltro già in corso) del mio modo di scrivere nel mio progetto principale al momento, i Plunk Extend, rendendolo sempre più un processo collettivo e ricco. Sono grato per questo ai ragazzi dell'organizzazione del workshop e a tutti quelli che vi hanno preso parte, come partecipanti o relatori o semplici spettatori. Una settimana in gruppo, se giocata bene, può valere mesi (anni?) di ricerca solitaria, o, perlomeno, può aiutare a rendere questa ricerca meno frustrante. Basta poco: orecchie aperte, umiltà, e il coraggio di rimanere sé stessi nonostante tutto”.

04 Novembre 2015

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